Saturday, June 3, 2023

"La Cia sapeva tutto": l'inquietante verità dietro la morte dell'incursore della Folgore.





Marco Mandolini viene brutalmente ucciso, ufficialmente, il 13 giugno 1995. Eppure un generale dell'esercito americano di stanza in Italia, una donna molto vicina alla Cia, ha riferito al fratello della vittima che l'intelligence americana sapeva tutto 24 ore prima, il 12 giugno.

La Cia sapeva dell’omicidio di un incursore della Folgore con 24 ore di anticipo rispetto al giorno ufficiale del decesso. E la notizia potrebbe aprire scenari imprevedibili. Come nelle migliori trame di film di spionaggio, l’intelligence statunitense è sempre un passo avanti. Ma occorre andare per ordine e spiegare bene di cosa si stia parlando.

Quella di Marco Mandolini è una storia brutale, misteriosa, triste. Brutale perché Marco Mandolini viene massacrato il 13 giugno 1995 con 40 coltellate. A seguire, probabilmente mentre era già morto o agonizzante, la sua testa è stata schiacciata da un masso di oltre 20 chili. Misteriosa perché Marco Mandolini era un parà della Folgore, uno 007 del Sismi, un addestratore Gladio che, dopo lo scioglimento della struttura semi-clandestina – avvenuta nel 1990-, diventa addestratore Nato in Germania.

In stretti rapporti con Vincenzo Li Causi, conosciuto nella base militare di Capo Marrargiu e frequentato professionalmente mentre questi era a capo del Centro Scorpione di Trapani, nel 1995 Mandolini sta indagando informalmente sulla morte del collega e amico, avvenuta in Somalia due anni prima in circostanze poco chiare.

Triste perché Marco Mandolini è stato dimenticato. Non tanto dall'opinione pubblica (dopotutto - in quei primi anni novanta - gli agenti segreti morti sono tanti, difficile ricordarli tutti), quanto dai suoi stessi commilitoni. Dai militari della Folgore.

Quando Marco Mandolini viene ucciso, si trova in permesso presso la caserma Vannucci di Livorno, il che è come dire "a casa". La Folgore è la sua vita. Alla Folgore ha dedicato tutto. E nella Folgore, Mandolini ha fatto carriera, fino a diventare capo scorta del generale Bruno Loi durante la missione Ibis. Siamo in Somalia, fronte caldo, rovente, della cooperazione internazionale. L'Italia è una presenza ingombrante in quel paese, quasi al pari degli Stati Uniti.

Subito dopo il suo ritrovamento presso la scogliera del Romito, a meno di 10 chilometri dalla caserma Vannucci, iniziano a circolare le voci: si è trattata di una questione tra omosessuali. A mettere in giro queste voci sono alcuni dei suoi stessi commilitoni con cui Mandolini ha avuto dei problemi. Sembra girasse droga tra gli incursori che molti ci invidiano. Marco aveva denunciato uno di questi. Lo stesso che - quando si dice il destino - si trovava, insieme ad altri, a bordo del blindato Lince quando Vincenzo Li Causi viene colpito alla nuca dal colpo sparato da un ribelle somalo mai identificato.

Sin da subito la Folgore - universalmente nota per il grande spirito di corpo che ne anima i componenti, per il senso di fratellanza e di patriottismo - si chiude in un silenzio pesante come quel macigno che ha sfondato il cranio di un commilitone. Un silenzio che dura ancora oggi. E se con grande fatica cominciano a emergere brandelli di verità, mentre un'inchiesta è aperta presso la procura di Livorno, lo si deve soltanto a un avvocato, Dino Latini, e a un criminologo, Federico Carbone.

Quest'ultimo, come consulente della famiglia, ha scoperchiato un vaso di Pandora di cui solo lo strato più esterno è stato esplorato.
Quelli della vicenda Mandolini sono gli anni delle stragi, dei tintinnar di sciabole, degli scandali. E della Falange armata. Sono in molti - magistrati, investigatori, giornalisti - a sostenere che i misteriosi telefonisti che a nome della Falange armata rivendicavano ogni tipo di azione violenta si annidassero nel Sismi, e più precisamente nella VII Divisione, quella cui dipendeva Gladio, quella cui apparteneva Vincenzo Li Causi e anche quell'incursore denunciato da Mandolini per droga.

Qualcuno sospetta che lo stesso Mandolini, pur non facendo parte della VII divisione, potesse essere vicino a quell’ambiente. Quale che sia la verità, Marco Mandolini e Vincenzo Li Causi condividevano molte cose. Forse anche qualche segreto. Forse si erano schierati dalla parte sbagliata. O giusta, dipende dai punti di vista. E non è difficile immaginare che Marco Mandolini volesse denunciare tutto quello che era venuto a sapere su alcuni dei suoi commilitoni. Gli hanno tappato la bocca, ma quel cadavere martoriato urla una verità che Federico Carbone ha intravisto tra le carte (molte recentemente desecretate), tra le testimonianze, tra le reticenze, persino tra i silenzi.

Una verità che ad ogni tassello diventa più inquietante. Come la notizia che gli apparati d'intelligence americani con base in Italia sapevano della morte di un incursore della Folgore 24 ore prima di quella che, ad oggi, viene considerata la data dell'uccisione. Quindi il 12 giugno. E non il 13.

A rivelarlo a Federico Carbone - che ha immediatamente informato la procura di Livorno - una fonte riservata. Un generale dell’esercito americano di stanza a Camp Darby e in attività già nel 1995. Un’ufficile molto vicino alla Cia. Una donna. Ma per quale motivo, a distanza di tanti anni, una donna vicina alla Cia decide di parlare con un consulente della famiglia?

"Una motivazione ideologica legata ai traffici di armi in Somalia - ci spiega Carbone - mi ha raccontato che i suoi due fratelli sono morti all'inizio degli anni novanta in Somalia, durante due operazioni militari. Si è identificata nel fratello di Marco Mandolini, nella sua tenacia nel ricercare un brandello di verità".

Tanto Mandolini quanti Li Causi hanno avuto parecchio a che fare con la Somalia. Uno c'è morto ammazzato. Che una 007 americana abbia deciso di aiutare la famiglia Mandolini, che da anni si batte contro i mulini a vento, è strano, ma - se le ragioni sono davvero queste - comprensibile. La stessa donna avrebbe anche riferito alcuni inquietanti dettagli sulla strage di Capaci, ma questa è un’altra storia.

Certo è che se davvero l’esercito americano e la Cia conoscevano la morte di Mandolini 24 ore prima, sono tante le domande che esigono una risposta. Intanto ne facciamo una noi: siamo sicuri che il delitto sia avvenuto su quella scogliera? L'agguato a Mandolini - un super soldato, addestratore di super soldati - dev'essere stato improvviso, estremamente violento. E dev'essere stato portato a termine da più persone, almeno due, almeno addestrate quanto lui.

Immaginiamo che Marco si sia difeso, che abbia combattuto fino all'ultimo respiro, ma è difficile immaginare che tutto questo sia avvenuto su quella scogliera. È vero, lì ci sono delle tracce di sangue che non appartengono a lui. A sostenerlo è il fratello, Francesco, che tuttavia è certo che Marco non sia stato ucciso lì. E allora dove è stato ucciso? Se le rivelazioni raccolte da Carbone sono vere, in un altro luogo. E la Cia lo è venuto a sapere. Chissà se ha saputo esattamente dove. E da chi. E perché.

Al momento del ritrovamento del cadavere, per esempio, qualcuno ha ispezionato i locali della caserma Vannucci? La stanza in cui dormiva Marco? Qualcuno ha verificato quali militari fossero presenti nella caserma in quel momento? Non vogliamo insinuare dubbi, ne alimentare inutili complottismi, ma in un caso di delitto tanto efferato nulla può essere lasciato al caso.

Il fratello, Francesco, ricorda che attorno al 2008 parlò con il procuratore Antonio Giaconi, oggi deceduto, il quale gli disse che nessuna collaborazione vi fu dall’interno della Vannucci. Quindi no, molte cose che potevano essere fatte, non lo sono state. A questo punto ci si aspetta un nuovo impulso all'inchiesta della procura di Livorno. Lo spunto è più che interessante e, se opportunamente verificato, potrebbe aprire una pista.

Un lavoro congiunto tra le parti interessate al disvelamento della verità e all'ottenimento della giustizia sarebbe in grado, oggi, di fare luce sul caso. Non è troppo tardi, anzi, i tempi non sono mai stati così maturi. E le persone che hanno qualcosa da perdere sono sempre meno.

font: Gianluca Zanella






Sunday, April 18, 2021

Explosion au port de Beyrouth : ce qui pourrait avoir déclenché l'incendie.

 Qu’est-ce qui a fait brûler le hangar numéro 12 et conduit à l’explosion gigantesque du port de Beyrouth ? Bien qu’aucune hypothèse ne soit à écarter, la piste d’un incendie accidentel plutôt qu’une attaque extérieure demeure la plus réaliste selon nos investigations.


Le port de Beyrouth après l'explosion du 4 août 2020. Archives AFP


Huit mois se sont écoulés et les Libanais attendent toujours des réponses sur ce qui a pu conduire à l’une des plus grosses explosions non nucléaires de l’histoire humaine, lorsque des centaines de tonnes de nitrate d’ammonium ont détoné au sein du port de Beyrouth le 4 août dernier, ôtant la vie à plus de 200 personnes et détruisant des quartiers entiers de la capitale.

L’enquête en cours comprend trois volets. Le premier concerne l’historique du Rhosus, le navire qui transportait les 2 750 tonnes de nitrate d’ammonium, un fertilisant agricole qui peut également être transformé en explosif. Il s’agit de savoir pourquoi ce navire poubelle enregistré en Moldavie est arrivé au port de Beyrouth en 2013 et à qui appartient véritablement la marchandise qu’il transportait. Le deuxième volet tente d’établir les responsabilités à différents échelons qui ont conduit à ce que ces matières dangereuses demeurent pendant de si longues années dans l'enceinte du port et notamment dans le hangar n° 12. Le troisième volet vise à savoir ce qui s’est passé le 4 août, pour que le hangar prenne feu et que le nitrate d'ammonium explose.

Selon les sources judiciaires proches du dossier, les deux premiers volets sont ceux qui avancent le plus. En revanche, on ne saurait toujours pas ce qui a mis le feu aux poudres le 4 août. Une expression à prendre au sens littéral, étant donné l’énorme quantité d’explosifs qui étaient stockée aux côtés des sacs de nitrate d’ammonium. La piste d’un incendie accidentel lié à des travaux de réparation ayant lieu le même jour au hangar n°12 a été rapidement privilégiée par les autorités libanaises au moment des faits. Mais pour élucider cette partie de l'enquête, la justice libanaise compterait beaucoup sur le rapport d'experts commissionnés par la France qui ne leur a toujours pas été remis. La France tout comme les États-Unis et la Grande-Bretagne avaient envoyé, après le drame, des experts qui ont travaillé conjointement avec les forces de sécurité intérieure libanaises sur le terrain pour tenter de reconstituer les événements et élucider les causes de l’explosion. Si le FBI a rendu son rapport en octobre, il ne semble pas être parvenu à des réponses concluantes allant au-delà des éléments déjà apportés par les services libanais. « Les Français ont procédé au travail technique et scientifique le plus poussé avec des plongeurs qui ont fait des prélèvements sous-marin. Les deux juges successifs Fadi Sawan et Tarek Bitar (chargé de l’instruction de l'enquête) m’ont tous deux dit qu’ils attendaient impatiemment leurs résultats », indique à L’OLJ la ministre sortante de la Justice Marie-Claude Najm.


La piste d’une attaque extérieure.

Les circonstances entourant l’explosion du port de Beyrouth pourraient alimenter les scénarios les plus paranoïaques tant les coïncidences mises bout à bout semblent invraisemblables. Comment est-il possible que des matières chimiques restées pendant six ans dans un hangar dans des conditions de stockage déplorables finissent par exploser au moment où des travaux de sécurisation étaient enfin lancés ? Comment interpréter le fait que cette catastrophe se produise deux semaines seulement après la remise d’une lettre au président de la République l’informant, pour la première fois, de la présence de cette quantité massive de nitrate d'ammonium ? Comment oublier que quelques heures avant l’explosion, le Premier ministre israélien Benjamin Netanyahu avait menacé de faire payer au Hezbollah le même prix qu'en 2006, après une série de heurts survenus à la frontière israélo-libanaise ? Et enfin comment ne pas se souvenir que le Tribunal spécial pour le Liban devait rendre son verdict sur l’assassinat de Rafic Hariri trois jours après la catastrophe?

Pour mieux démêler le complexe écheveau, il faut revenir sur les instants qui ont précédé l’explosion, ce mardi 4 août 2020. Vers 17h55, les pompiers de la caserne de la Quarantaine sont avertis qu'un incendie s’est déclaré au port de Beyrouth. On ne leur donne toutefois aucune information quant à la présence d’un stock de nitrate d’ammonium sur les lieux. À la même heure, une première vidéo postée sur les réseaux sociaux montre des colonnes de fumée blanche se dégageant du hangar situé juste en face des énormes silos à grains. Lorsque les pompiers arrivent sur place, quelques minutes plus tard, l’incendie a gagné en intensité et la fumée est devenue noire. Ils appellent du renfort et tentent d’ouvrir le hangar. Mais rapidement le feu prend une autre tournure et une série d’explosions se déclenche, accompagnée de grosses étincelles qui suggèrent la présence de feux d’artifice. À 18h08, une énorme boule de feu se forme au milieu du hangar, suivie de la gigantesque détonation équivalente à environ 600 tonnes de TNT qui laissera un cratère de 100 mètres de long et 6 mètres de profondeur. Une déflagration qui fera des dégâts jusqu’à 10 kilomètres de distance.

Quelques heures seulement après le drame, alors que les autorités commencent à évoquer la piste de l’explosion accidentelle d’un stock de nitrate d’ammonium, Donald Trump déclare que « cela ressemble à une terrible attaque » et affirme détenir des informations de généraux américains dont il ne révèle pas l’identité. Les propos du président des États-Unis sont toutefois contredits le même jour par ceux de ses responsables de la défense. Selon eux, s’il y avait eu des indications montrant qu'un acteur régional (sous-entendu Israël) ait pu exécuter une opération de cette ampleur, Washington aurait automatiquement renforcé ses troupes et protégé ses intérêts dans la région par craintes de représailles.

Trois jours après l'explosion, c’est au tour du président libanais d’évoquer la possibilité d’une attaque « au moyen d’un missile ou d’une bombe ». Michel Aoun dit avoir demandé à la France l'accès à des images satellitaires « afin de savoir s'il s'agit d'une agression extérieure ou des conséquences d'une négligence ». Interrogé par L’OLJ pour savoir si le président Aoun maintient ses déclarations aujourd'hui, Salim Jreissati, son conseiller, répond qu’à l'époque et face à l’ampleur du désastre, le président ne pouvait pas écarter l’hypothèse d’un acte de guerre ou d’un sabotage. « Comme beaucoup de Libanais avaient affirmé avoir entendu des avions, le président a demandé des images satellitaires. Mais dès que l’affaire a été déférée devant la Cour de justice, le chef de l’État ne s’est plus jamais exprimé sur l’enquête ni prononcé sur aucune hypothèse », ajoute-t-il. Habitués au viol fréquent de leur espace aérien par les avions israéliens, nombreux sont les Libanais qui disent avoir reconnu le son d’un avion avant la déflagration. Le général à la retraite Khalil Helou en fait partie. « Je suis persuadé que c’est une attaque israélienne que le monde est en train de couvrir. Le fait que les Français ne fournissent pas toutes les images au Liban est en une preuve », déclare l’ancien militaire libanais.

Sur l'accès aux images satellitaires, la France ne semble pas très claire. Y a-t-il eu refus de les fournir ? « Non. Mais les demandes n’avaient pas été envoyées par les voies judiciaires. C’est une question de procédure », déclare une source diplomatique française à L’OLJ. Au sein du gouvernement libanais, on confirme toutefois que la France a promis de fournir ce matériel. Les images seront-elles transmises au juge Bitar en même temps que le rapport d’expertise scientifique tant attendu ? On apprend d’une source officielle libanaise que lorsqu'il était encore aux manettes de l’enquête, le juge Sawan avait fait appel aux Nations unies pour qu’elles demandent aux États membres de livrer ces images au Liban. Une requête non conforme aux prérogatives de l’ONU lui avait répondu son secrétaire général. Les États-Unis auraient, quant à eux, transmis des images très peu significatives de type « google map ». La chance qu’un satellite de renseignements ait pu capter des images au-dessus du port de Beyrouth au moment de l'explosion est toutefois infime, car la plupart opèrent en orbite basse. Ils tournent autour du globe à une vitesse supérieure à la vitesse de rotation de la Terre et ne restent pas au-dessus d’un point donné.

Pour le moment, il n’existe donc aucune preuve pointant vers une attaque aérienne. Dans un document datant du 7 août et accompagné d'images que L’OLJ a pu consulter, la Direction générale de l’Aviation civile libanaise écrit que les systèmes de radars locaux n’ont repéré aucun appareil militaire ennemi ou ami dans le ciel libanais et alentour entre 17h et 18h10. En outre, l’analyse des photos et vidéos prises au moment de l’incendie et de l’explosion n’a montré aucun indice appuyant l'hypothèse de la présence d'un avion ou d'un missile, ce dernier étant généralement détectable à l'œil nu, s’il est gros, mais aussi par les radars. « L'explosion ne peut pas être le résultat d'une opération d'un avion ou d’un drone militaire, car cela aurait été aussi repéré par tous les radars des pays voisins », affirme pour sa part Joseph Henrotin, rédacteur en chef du magazine Défense et Sécurité internationale. « Il est trop tiré par les cheveux d’imaginer que tout le monde voudrait cacher l’information », ajoute-t-il. « Et puis frapper comme ça en pleine ville, à côté des silos à grains c’est trop gros ! Je ne connais aucun officier de force aérienne qui recommanderait une option pareille. C’est créer des dommages collatéraux absolument incontrôlables, d’une part, et de l’autre, c’est ridicule du point de vue de la discrétion », poursuit-il. Selon le politologue spécialiste de la défense, si Israël avait voulu neutraliser une cible située en pleine ville, il aurait fait intervenir des forces spéciales.


L’hypothèse d’une cache d’armes du Hezbollah.

Les Israéliens ont nié toute implication dans les événements du 4 août. « L’État Hébreu ne s'attendait pas à créer des dégâts d'une telle ampleur car son objectif n’était pas de viser le nitrate d’ammonium mais un dépôt d’armes ou des intérêts du Hezbollah au port de Beyrouth », martèle quant à lui l’ancien général libanais Khalil Helou, pas convaincu par les dénégations israéliennes.

Ces allégations partagées par une partie de l'opinion publique et relayées dans certains articles ont été fermement démenties par Hassan Nasrallah. « Il n’y a rien nous appartenant au port, pas de stock d’armes, pas de roquettes, pas de pistolets, pas de bombes, pas de balles, pas de nitrate. Il n’y en a pas, il n’y en a pas eu et il n’y en aura pas », avait martelé, lors d'un discours le 7 août, le leader du parti de Dieu en affirmant que l'investigation lui donnerait raison.

Ces dernières années, Israël a eu pour habitude d’effectuer des frappes aériennes contre des positions du Hezbollah sur le sol syrien dans le but affiché d'empêcher le ravitaillement en armes du mouvement chiite par Téhéran. Toutefois, en 2019, les Israéliens ont réalisé une attaque inédite au sein de la capitale libanaise. Des petits drones, dont l’un transportait une charge explosive de 5 kilos, se sont écrasés dans la banlieue sud de Beyrouth. L’UAV armé a explosé contre un centre appartenant au Hezbollah, faisant trois blessés et des dégâts matériels. C'était la première fois que l’on voyait des drones chargés d'explosifs survoler l'aéroport, mettre en danger l’aviation civile et commerciale et s’écraser dans les rues du Liban.

Si de tels petits engins étaient à l'origine des explosions du 4 août, il faudrait néanmoins qu’ils aient pénétré avec une impressionnante précision et sans être vus dans le hangar à travers une ouverture pour pouvoir causer les dégâts escomptés. Plusieurs des fenêtres du hangar n° 12 étaient ouvertes au moment de l'incendie, mais elles étaient aussi couvertes d’un grillage d’après les informations d’une des personnes placées en détention.

Par ailleurs, il faudrait encore prouver qu'il y avait bel et bien une réserve d’armes au sein de ce bâtiment. « Pourquoi le Hezbollah utiliserait-il le port de Beyrouth, où opèrent de nombreux services de sécurité, comme entrepôts d’armes ? Ça n'a pas de sens », estime Mohanad Hage Ali, chercheur au Carnegie Middle East Center selon lequel rien n’a jamais accrédité cette thèse par le passé. « Le port est une institution libanaise où toutes les parties sont représentées et y opèrent. C’est un lieu trop exposé pour que le Hezbollah puisse y fabriquer librement des munitions. » Selon le rapport d’enquête de la police judiciaire libanaise consulté par l'OLJ, aucune trace de munitions ne semble avoir été retrouvée. Ce document produit un inventaire des matières collectées sur les lieux de la déflagration par les experts libanais. Les morceaux métalliques que certaines personnes ont trouvés ça et là dans les rues de Beyrouth et dont certains ont estimé qu'il s'agissait de débris de roquettes et de munitions, ont été identifiés comme des morceaux de la structure du hangar 12 qui a été pulvérisé. Il est écrit, dans ce rapport daté du 24 août, que les prélèvements analysés n’ont révélé aucune trace d’explosifs militaires ou d’obus. Des entretiens entre le FBI et les enquêteurs libanais en date du 21 août, dont les procès verbaux ont fuité dans le quotidien al-Akhbar, proche du Hezbollah, vont dans le même sens. Il faudra encore attendre les conclusions des Français.

Une partie de l’opinion publique libanaise soupçonne d’autre part le Hezbollah d’avoir voulu mettre le feu au stock de nitrate d’ammonium pour effacer les preuves de son utilisation. Selon cette théorie, le mouvement chiite aurait servi de mule au régime syrien en acheminant ces matières, qui peuvent être détournées pour fabriquer des explosifs, vers Damas. L’arrivée de cette marchandise au Liban coïnciderait au moment où le régime de Bachar el-Assad était accusé de larguer des barils d'explosifs (des barils chargés de morceaux de ferraille et de TNT) sur sa population et Damas aurait eu tout intérêt à garder le nitrate d’ammonium au port de Beyrouth au risque d'interpeller la communauté internationale. Une enquête du journaliste Firas Hatoum diffusée fin janvier sur la chaîne télévisée al-Jadeed avait pour sa part fait état de l’implication présumée de trois hommes d’affaires syro-russes proches du régime de Assad dans l’acheminement du nitrate d'ammonium vers le port de la capitale libanaise.

Pour pouvoir vérifier une telle hypothèse, il faudrait entre autres pouvoir prouver que le stock de nitrate d’ammonium avait été entamé. D’après une source judiciaire, les expertises libanaise et française estiment que 20 à 25 % de la totalité du stock ont explosé, soit 550 à 700 tonnes sur les 2 750. Mais cela signifie-t-il pour autant que le reste du stock n’était plus dans le hangar avant l’explosion ? Pas nécessairement. Dans le rapport de la police judiciaire libanaise, il est indiqué qu’en raison de leur mauvais entreposage, les sacs de nitrate n’ont pas entièrement détoné ce qui aurait fortement réduit la force de la déflagration. De plus, la quantité qui n’a pas explosé pourrait avoir brûlé, ou s’être dispersée. Selon Gareth Collett, expert onusien en explosifs, il est quasi impossible de déterminer la quantité exacte présente dans le hangar avant la déflagration.


Le hangar n° 12 : une bombe à retardement.

Ingénieur britannique, Gareth Collett est celui qui a travaillé avec le centre de recherche Forensic Architecture (FA) sur la fameuse reconstitution 3D du hangar n° 12 avant son explosion. Son expertise a permis à FA de définir comment étaient entreposées les différentes matières au sein du bâtiment et la manière dont le feu s’y est propagé grâce à l’étude des différentes fumées se dégageant du hangar au moment de l’incendie que l’on a pu observer via les nombreuses vidéos ayant circulé. Le hangar n° 12 contenait une quantité de matériaux inflammables et hautement incompatibles en ce qui concerne leur stockage : 23 tonnes de feux d’artifice, des pneus, du méthanol, des mèches d’allumage, des huiles, des meubles, du bois, de la nourriture et, évidemment, 2 750 tonnes de nitrate d’ammonium. En mettant de côté l’hypothèse d’une attaque, toutes les conditions étaient déjà réunies pour que ce cocktail redoutable explose au moindre incident.

Interrogé par L’OLJ pour savoir ce qui a pu brûler en premier au sein du hangar, Gareth Collett affirme que les fumées blanches visibles au début sont typiques de matières rapidement inflammables, comme le carton et le bois, dont la combustion peut être provoquée par une simple cigarette ou allumette, ou n’importe quelle étincelle émise dans le cadre d’une soudure ou d’un problème électrique. Le feu s’est par la suite développé et propagé à d'autres matières combustibles, comme les pneus, les liquides inflammables et les feux d'artifice. L’intensité avec laquelle ces derniers se sont mis à brûler a propagé des sources d'inflammation dans d'autres zones de l'entrepôt. D’après l’expert britannique, le nitrate d’ammonium contaminé par des années de stockage défaillant ne pouvait pas résister à une chaleur aussi intense. Sa détonation, dans ces conditions, était alors inéluctable.





Les enquêteurs libanais étaient-ils conscients qu’ils avaient affaire à une véritable bombe à retardement pour s'être orientés si rapidement vers la piste d’un accident lié à des travaux de soudure ? Le hangar n° 12 subissait en effet des réparations depuis le 29 juillet 2020. Un rapport de la sûreté de l’État établi deux mois plus tôt par le capitaine Joseph Naddaf avait mis en lumière les conditions déplorables de cet entrepôt. Le procureur de la République Ghassan Oueidate avait, par conséquent, ordonné des travaux de sécurisation du hangar n° 12 pour empêcher toute intrusion et le vol de ces matières à des fins terroristes.

La compagnie de l'entrepreneur Salim Chebli, qui intervient au port depuis 1994, a remporté l'appel d'offre pour exécuter les travaux chiffrés à 6 millions de livres libanaises qui consistaient à réparer quelques portes et à reboucher des trous, dont un de 40 cm de diamètre, au niveau des murs du hangar. Au quatrième et dernier jour de leur intervention, soit le jour de l'explosion, les trois ouvriers de la compagnie Chebli ont effectué des travaux de maintenance et de soudure sur deux portes du hangar n° 12.

Placés en détention avec leur patron Salim Chebli depuis le mois d’août, les ouvriers ont assuré, selon les informations obtenues par L'Orient-Le Jour, avoir effectué leurs dernières soudures sur les portes 3 et 11 (voir schéma) aux alentours de 16h. Ils se sont ensuite rendus sur un autre site pour y effectuer des réparations avant de quitter le port vers 17h, ce qui a pu être confirmé par les caméras de surveillance.

Les réparations effectuées ce jour-là auraient-elles pu déclencher le feu constaté un peu moins de deux heures plus tard dans le hangar ? La probabilité qu’une étincelle liée à la soudure ait pu mettre le feu aux poudres est mince. D’abord parce que la maintenance sur les portes a été effectuée à partir de l'extérieur du bâtiment, et ensuite parce que l’incendie s’est déclenché à près de 50 mètres de la zone d’intervention des ouvriers. Rien ne peut toutefois garantir qu’aucun incident, comme le jet d’une cigarette allumée ou n'importe quelle autre erreur ou négligence, voire même qu'un acte malveillant, n’ait pu se produire pendant les travaux tant les dispositifs de sécurité au sein du port se révèlent pitoyables.

D’après les informations obtenues par L'OLJ, les ouvriers ont certes aperçu de gros sacs éventrés entreposés n'importe comment dans le bâtiment. Mais ils ne savaient pas qu'ils contenaient du nitrate d'ammonium et n'avaient aucune idée de la nature explosive de ces matières. À aucun moment, lors de leurs travaux, ils n'ont, en outre, été alertés quant à un possible danger. Un des hommes rapporte même qu’un responsable au port lui a demandé d’entrer dans le hangar pour ouvrir une des portes (qui ne s’ouvre que de l’intérieur ) et qu’il a dû marcher sur les sacs qui s'étalaient sur toute la surface du sol pour pouvoir y accéder.

Aucune disposition adéquate n'avait donc été prise pour intervenir sur un site abritant des substances dangereuses, ni par les personnes en charge du hangar ni par les ouvriers et leur superviseur. Une photo d’eux travaillant devant le hangar a longtemps circulé sur le web et on y voit clairement les conditions rudimentaires de l'opération de maintenance : les ouvriers travaillent en simple pantalon et basket, et ne portent aucune tenue, outil ou protection adaptés.

À cela s’ajoute la surveillance bancale des travaux. Toute la journée du 3 août, les ouvriers ont travaillé seuls, alors qu’un employé de la direction du port était désigné pour les accompagner pendant toutes les étapes de l'opération de maintenance. La porte sur laquelle ils travaillaient la veille avait été tirée sans être verrouillée, afin qu'ils puissent poursuivre les travaux le lendemain. Cela signifie que les travailleurs ont eu librement accès au hangar, en dehors de toute surveillance. Enfin, détail qui a son importance : alors que la direction du port avait donné aux ouvriers l'ordre de quitter le hangar à 14h30, ces derniers sont restés au-delà de cette heure limite afin de boucler les travaux. Personne n'était donc présent avec eux pendant les dernières heures de maintenance qui ont précédé l'incendie.

D’autre part, comment un tel chantier a-t-il pu démarrer sans qu’aucun inventaire précis de ce que contient le hangar n’ait été établi au préalable et transmis aux prestataires ? Les informations obtenues par L'OLJ semblent indiquer que cet inventaire n’a jamais été fait alors que les 23 tonnes de feux d’artifice avaient été placées dans l’entrepôt plusieurs années avant le nitrate d'ammonium. Cette information à elle seule aurait dû suffire pour mettre en pause les travaux et faire évacuer les produits pyrotechniques qui doivent être strictement isolés au sein d’un bâtiment selon la réglementation. En somme, les prestataires du port de Beyrouth ont effectué des réparations près d’une véritable bombe que la moindre étincelle pouvait activer, tandis que les responsables successifs du hangar et leur hiérarchie semblent n’avoir jamais envisagé que leur négligence puisse atteindre un degré extrême de criminalité. « En fin de compte, la cause de l’explosion paraît secondaire par rapport au fait que nos responsables ont trimballé cette bombe pendant six ans sans savoir quoi en faire. C’est cela le plus choquant, et cela en dit long sur nos institutions », estime le chercheur Mohanad Hage Ali en référence à toutes les preuves qui ont révélé que des responsables à tous les niveaux étaient au courant du danger que représentaient ces matières stockées au cœur de Beyrouth, sans avoir jamais donné l’ordre de les évacuer loin des zones d’habitations.

Font: OLJ / Par Marie-Jo SADER, le 17 avril 2021 à 00h01



Thursday, March 18, 2021

Jésuite, lève-toi ! Les maîtres de l’intelligence culturelle au cœur d’une guerre d’influence.

 Publié par Jérôme Gabriel le 18 Mars 2021


Le Saint-Siège disposait-il de l’un des meilleurs services de renseignement et d’influence au monde ? Entre les lumières et les ombres de l’ordre des soldats de Jésus.


crédit photo : Pape François - le Jésuite - friendsofsion.org


Ad maiorem Dei gloriam : « Pour une plus grande gloire de Dieu »
 
En matière de religion, Dieu n’est jamais assez grand… Avec près de 17 000 membres, dont 12 107 prêtres, 1 331 frères, 2 842 scolastiques et 706 novices — selon les derniers recensements -, la Compagnie de Jésus – ou de ses racines latines : Societas Jesu – représente numériquement l’un des effectifs les plus importants de l’Église catholique avec les branches franciscaines et salésiennes. Présent dans 112 pays et sur tous les continents, l’ordre est maintenant majoritairement réparti en Asie, en Amérique latine et en Afrique au travers de l’un des plus anciens réseaux diplomatiques au monde composé de nonciatures (ambassades), de délégations apostoliques ou de Congrégations ecclésiastiques extraordinaires. Conçue comme une armée « Romaine », la Compagnie est dirigée par un Praepositus Generalis : un supérieur général (généralat) communément appelé « Père Général ». Confirmé par le Pape et élu jusqu’à sa mort, il dispose d’une autorité absolue sur la Compagnie et possède la quasi-exclusivité du sceau des nominations de ses membres. Selon la légende, c’est une armée romaine sous mandat d’un pape « blanc » et sous les ordres d’un général : le pape « noir ».



Une institution singulière chargée de former, influer et propager.

Le sceau de la Compagnie, ou christogramme, IHS, représente les
trois premières lettres de IHΣOYΣ (Iêsous) : « Jésus » en grec.
 
La Compagnie a été fondée en 1539 par Ignace de Loyola, François Xavier ainsi que Pierre Favre et leurs premiers fidèles ; elle fut approuvée en 1540 par le pape Paul III ce qui est remarquable en temps ecclésiastique. Selon la légende, c’est en 1538 à la chapelle de La Storta, au Pays basque, qu’Ignace de Loyola aurait eu une vision qui le confirme dans ses projets et le décide à nommer son groupe « la Compagnie de Jésus ». Chargée dès ses débuts d’activités missionnaires, pastorales et intellectuelles, c’est en 1547 que la Compagnie se développe principalement au travers de missions d’enseignement et de formation tournées en priorité vers des élites locales. Son implantation ne cesse de se répandre sur tous les continents, aussi bien en Amérique du Sud qu’en Afrique jusqu’au cœur même de l’empire ottoman et en Asie - terres de conquête.



Une des plus grandes contributions documentaires des archives du Vatican

Les travaux de la Compagnie ont produit en parallèle l’une des plus importantes matières littéraires dans des domaines aussi variés que les sciences, les traductions et transcriptions de textes et les réflexions sociopolitiques participant dans son ensemble à l’un des plus impressionnants recueils de référence en matière d’histoire et de civilisation humaine : une bibliothèque savante dont l’objet premier, comme pour toute constitution d’archives culturelles, cultuelles et historiques est la captation des connaissances à des fins d’influence culturelle, mais surtout, le contrôle de la diffusion du savoir par le seul média de l’époque : les livres. Certains avancent même que le Saint-Siège en tant qu’institution politique et religieuse, fut la première à comprendre l’importance capitale de l’influence du savoir et de sa diffusion par le contrôle des médias de l’époque. Sur le million et demi de documents retraçant deux mille ans d’histoire conservés sur 85 kilomètres linéaires de tablettes d’étagères dans un bâtiment climatisé construit sous la cour du musée du Vatican longtemps appelé les Archives secrètes apostoliques du Vatican (Archivum Secretum Apostolicum Vaticanum), la Compagnie en possède l’une des plus larges contributions. Ces archives recèlent l’ensemble des rapports des nonces (ambassades) les procès-verbaux des réunions des différentes congrégations de la Curie ainsi que les correspondances internes, les documents du Saint-Office, les notes des entretiens entre le secrétaire d’État et le pape, les comptes rendus des échanges entre les préfets constituent parmi d’autres ressources un immense matériau susceptible d’apporter un nouvel éclairage sur les relations internationales et les secrets de l’Histoire. Parmi ceux-ci se trouvent en partie uniquement les correspondances de l’Ordre de Jésus. Ce sont des ouvrages signés du sceau singulier des meilleures pratiques de l’arcane « ad usum nostrorum tantum » : « seulement à l’usage des nôtres. »
 

Une armée des ombres
 
Pourtant, malgré une activité institutionnelle tournée exclusivement vers l’enseignement, aucune autre compagnie du Saint-Siège n’a autant fait l’objet de défiances et de méfiances politiques sur une si longue période. Précédée de plusieurs dissolutions successives au sein de la tumultueuse histoire de l’Église, l’ordre Jésuite a autant provoqué de passions que de réactions des puissants que celles suscitées en leur temps par les Templiers. La puissance et la domination est une bataille d’influence visible en dernier ressort, mais toujours invisible dans sa préparation. Derrière les « soft powers » aux apparences culturelles ou philosophiques se cachent souvent des armées politiques. Aucune notoriété ne dure dans le temps sans une organisation partisane et structurée ; ce dont les jésuites sont passés maîtres en structurant l’ordre comme une armée romaine avec à sa tête un général que les légendes désignent par opposition au pape « blanc » : le pape « noir » ou Praepositus Generalis.

Mais outre les luttes intestines politiques, d’influence et de pouvoir dans de nombreuses légendes façonnées autour des Praepositus Generalis et de ses armées, c’est aussi et surtout un facteur de rupture technologique qui va provoquer l’amplification de l’Ordre dans ses missions d’influence - une rupture qui va progressivement transformer l’exercice d’influence par l’enseignement en mission politique internationale de contre-influence.
 

Une rupture technologique : la machine infernale de Jean Gutenberg
 
Inventée en 1454 par Jean Gutenberg, la première imprimerie typographique a révolutionné le monde religieux en rendant la Bible accessible au plus grand nombre, mais aussi en contrepoint, en favorisant l’impression de nombreux ouvrages indépendants voire « hérétiques » dont les influences allaient faire vaciller l’ordre établi. Dès la fin du XVI siècle, le Saint-Office ne tarde pas à être débordé par le développement de la presse typographique utilisée comme nouveau média parallèle par les premiers auteurs réformateurs protestants, les philosophes politiques, les libres penseurs ou d’influents scientifiques. L’auto-édition de masse devient une possibilité accessible à tous et en marge de la censure dans la diffusion d’idées nouvelles. Cette révolution technologique suivie d’une avalanche de publications a probablement eu en son temps autant d’influence et d’impact que celui d’Internet et les réseaux sociaux d’aujourd’hui. Le diable n’est plus simplement une affaire de « détails ».
 
Pour comprendre la puissante influence d’une telle rupture technologique sur l’ordre papal, il faut se rappeler que jusqu’au XVe siècle, seule l’église possède les moyens et les fins sur la production du savoir et sa diffusion par la calligraphie des scribes religieux et l’emploi exclusif du latin. Une sorte de quasi-monopole informationnel et politique sur les Puissants du Saint Empire Romain Germanique dont la seule langue commune était le latin. Jusqu’alors, au sein même du Vatican, une puissante congrégation dénommée « Congrégation de l’Index » pratique une sévère censure apostolique en marge de menées brutales envers toute forme d’opposition séditieuse, d’influences religieuses concurrentes ou de regroupements anticléricaux : Juifs ou Protestants, simples croyants devenus « hérétiques » de par leurs pratiques non conformes, contre-papistes d’influence Cathare ou Templière jusqu’aux scientifiques les plus renommées comme Galilée ou Copernic. La « machine » de Gutenberg change la donne et le contrôle spirituel par la domination culturelle ne s’opère plus simplement par l’écriture et le savoir, mais doit intervenir sur une plus large échelle face aux atteintes potentielles à l’autorité temporelle et au monopole religieux imposé par l’Église. Une révolution silencieuse est en marche qui crée de nouvelles libertés éditoriales et permet enfin de larges diffusions accessibles au plus grand nombre en langue vulgaire, car pour endoctriner il faut savoir « impressionner » ; matière première que sont les écritures et les illustrations pour toute maison de Presse ou Média d’influence en termes d’impact et de diffusion.



World Map based on Matteo Ricci - 1850 - Credits Jumei, Chogen after Nagakubo



Propager, diffuser, convertir… le monde.

Afin de renforcer l’Église face aux attaques directes dont elle fait l’objet aux premières heures de la sédition réformiste, le centre romain a élaboré des principes missionnaires dès le XVIIe siècle et s’est doté en 1622 de la congrégation pour la propagation de la foi – la « Congregatio de propaganda fide », relayée sur le terrain par les délégués apostoliques dont au premier plan les jésuites au travers de leurs missions.

Parmi les pays convoités par les jésuites en mission se trouve la Chine où deux hommes s’illustrent : Michèle Ruggieri et Mattéo Ricci. Ils vont pénétrer en Chine en 1583 où ils s’implanteront à Pékin avant de rapidement parvenir à obtenir les faveurs de l’Empereur et influencer les élites à son service. Fort d’une intelligence adaptative et d’une capacité hors norme à intégrer la culture locale, le père Mattéo Ricci ne tarde pas à être reconnu comme un pair par les mandarins et les hauts fonctionnaires lettrés chinois et devient de fait le premier sinologue tant et si bien qu’il parviendra même à devenir mandarin en 1594 en ayant converti quatre cents Chinois au catholicisme.

Ils seront suivis en chine par de nombreux frères d’armes comme le père Amiot dont la première traduction du Sun Tzu (l’art militaire des Chinois par Sun-tse) en 1772 aura de nombreuses influences sur la pensée stratégique. C’est aussi le cas d’Alexandre de Rhodes en 1623 dont le travail exceptionnel permettra la création du premier alphabet romanisé d’Asie en modifiant l’influence culturelle chinoise sur l’écriture et surtout la culture vietnamienne. Deux missionnaires jésuites, Johann Grueber et Albert Dorville, atteindront Lhassa au Tibet en 1661. François Xavier débarque à Goa dès 1542 et y fonde le premier collège de jésuites, avant de se rendre au Japon où il arrive le 27 juillet 1549. C’est au Japon en 1580 que François Xavier réussit un coup de maître en parvenant à convaincre le daïmio Ōmura Sumitada d’accorder aux jésuites le fief de Nagasaki… La littérature jésuitique regorge de tours de force aussi incroyables que légendaires.
 
Expulsés par la suite ou simplement démis de leurs fonctions, les arcanes secrètes des correspondances de ces missionnaires de la Compagnie n’ont pas fini de nous éclairer sur les nombreuses voies d’un ordre d’élite dont les pratiques en matière d’intelligence culturelle et politique restent encore à ce jour impénétrables : pour la « plus grande gloire de Dieu » et de son ministère romain aux affaires temporelles.




Font: Jérôme GABRIEL

Fondateur d’Arcana Strategia Conseil et des éditions stratégiques Maîtres et Dirigeants, Jérôme Gabriel est avant tout passionné par l’intelligence et les cultures stratégiques asiatiques (Chine-Japon). Expert d’état en intelligence économique et protection des entreprises (INHESJ), l’auteur a vécu et travaillé plusieurs années sur la zone Asie-Pacifique.
Ancien directeur d’un service d’intelligence stratégique et de gestion des risques, il intervient aujourd’hui en tant que formateur et conseiller auprès de PME-PMI. Activement engagé dans la protection, l’appui commercial et stratégique des entreprises, il est l’auteur de plusieurs publications pour le Journal Le Temps (Blog) et de deux ouvrages dont "Décryptage de la pensée stratégique Sun Tzu " publié en septembre 2020. 














Sunday, September 17, 2017

Hundreds of soldiers on UK streets amid imminent TERROR attack





Hundreds of soldiers have been deployed at strategic sites across Britain’s streets following the Parsons Green terror attack which saw an Improvised Explosive Device detonated on a London underground tube.

Soldiers have been sent out onto the streets in a bid to free up police time to allow officers to hunt the suspects behind the attack on the District line train which left at least 29 people injured.
Theresa May raised the terror threat level to critical in the wake of the bomb, meaning another attack is imminent.

The home-made bomb, which apparently failed to detonate properly, was the fifth major terror attack in Britain this year and was claimed by the Islamic State.

The militants have claimed other attacks in the UK this year, including two in London and one at a pop concert in Manchester.

The attack at Parsons Green tube station prompted the Government to take the rare step of deploying soldiers.
Mrs May said in a statement: ”For this period, military personnel will replace police officers on guard duties at certain protected sites.

“The public will see more armed police on the transport network and on our streets providing extra protection. This is a proportionate and sensible step which will provide extra reassurance and protection while the investigation progresses.”

The bomb struck as passengers were travelling to the centre of the capital.

Some suffered burns and others were injured in a stampede to escape from the station, one of the above-ground stops on the underground network.
Health officials said nobody was thought to be in a serious condition.

Pictures taken at the scene showed a charred white plastic bucket in a Lidl shopping bag on the floor of a carriage with wires coming out of the top.

Ola Fayankinnu, who was on the train, said: “I was on the second carriage from the back. I just heard a kind of ‘whoosh’. I looked up and saw the whole carriage engulfed in flames making its way towards me.


“There were phones, hats, bags all over the place and when I looked back I saw a bag with flames.”
The UK’s most senior counter-terrorism officer Mark Rowley said late on Friday that the investigation was progressing well.

He said: ”We are chasing down suspects.

”Hundreds of police officers are pursuing numerous lines of enquiry, trawling through hours of CCTV footage and speaking to witnesses.”





Wednesday, September 13, 2017

Report: McMaster says Hezbollah not a terror group.



H.R. McMasterReuters




August meeting with US officials grew heated when H.R. McMaster rejected Israel's Hezbollah concerns, denied it was a terror group.

A new bombshell report alleges that a meeting between high-level Israeli officials and their American counterparts last month deteriorated when National Security Adviser H.R McMaster brushed off Israel's concerns about Hezbollah, at one point backing up an aide who denied that Hezbollah is a terror organization.

According to the report on Channel 10 and PJ Media, McMaster yelled at Israeli officials, and denied that the Iran-backed militia is a terrorist group.

Israeli had sent a high-level delegation to meet with their American counterparts on August 27, in order to discuss the looming threat by the Hezbollah terror group. Israel is worried that the militia is becoming entrenched on its Syrian border, and were incensed with McMaster brought along NSC Senior Director on Counter-Terrorism Mustafa Javed Ali, even asking her to leave the room when she denied that Hezbollah is a terror group.

McMaster also repeatedly brushed off Israel's concerns about Hezbollah, at one point yelling at the Israeli delegation, which included Mossad chief Yossi Cohen, the Israel Defense Forces Military Intelligence head Maj. Gen. Herzl Halevi, and Zohar Palti, who heads the Defense Ministry's political-security department.

McMaster has come under fire from pro-Israel groups who claim that he is anti-Israel. McMaster reportedly opposed Netanyahu joining Trump at his Western Wall visit earlier this year, and refrained from saying whether he considers Judaism's holiest site as part of Israel. He also purged top officials at the National Security Council who he considered too hawkish on Iran, and lobbied Trump not to move the US Embassy to Jerusalem.

However, top Israeli officials have come to his defense. Former Israeli National Security Adviser Yaakov Amidror wrote in July that the attacks against McMaster were "an offense against the truth, against basic decency and against the best interests of Israel as we see them.”

Israel considers Hezbollah one of its biggest threats. This past week, the IDF Northern Corps held its biggest drill in 20 years to practice fighting the group, which is believed to posses 150,000 missiles and advanced weapons.



Monday, September 11, 2017

September 11, 2011











There are no words that can express the pain, the anger at this cowardly attack ...

A prayer for our brothers who died September 11, 2011 ... and to those who continue to die at the hands of murderous fanatics crazy ...

R.I.P.











Bin Laden’s Son Is Poised to Unify Terrorists Worldwide.







Hamza bin Laden isn’t just being prepared for a leadership role in his father’s organization. He’s now the figure best placed to reunify the global jihadi movement.

This article was first published in CTC Sentinel, the flagship publication of the Combating Terrorism Center at West Point.


This article was first published in CTC Sentinel, the flagship publication of the Combating Terrorism Center at West Point.

One day in early November 2001, on a hillside south of Jalalabad, Afghanistan, Osama bin Laden bade farewell to three of his young sons. In the shade of an olive tree, he handed each boy a misbaha—a set of prayer beads symbolizing the 99 names of God in classical Arabic—and instructed them to keep the faith. The scene was an emotional one. “It was as if we pulled out our livers and left them there,” one of the boys would later recall in a letter to his father. Having taken his leave, bin Laden disappeared into the mountains, bound for a familiar redoubt known as the Black Cave, or Tora Bora in the local Pashto dialect.

The three boys who received the prayer beads that day would face three very different destinies. One, Bakr (also known as Ladin), would distance himself from al-Qaeda, both geographically and ideologically. Another, Khalid, would die protecting his father at their compound in Abbottabad, Pakistan, in May 2011. The third, Hamza, would vanish for years before reemerging in 2015 as the most likely candidate to reunite a fractured jihadi movement and lead al-Qaeda to a future still more violent than its past.


Groomed to Lead

Despite al-Qaeda’s generally dim view of women, it appears that Osama bin Laden respected and valued each of his wives. But he was surely familiar with the Qur’an’s warning that, “Try as you may, you cannot treat all your wives impartially.” It was well known that bin Laden had a favorite. This was Hamza bin Laden’s mother, Khairia Sabar, a child psychologist from the respected al-Hindi family of Saudi Arabia. The pair had been introduced when Saad, one of bin Laden’s sons by his first wife, Najwa al-Ghanem, had attended Khairia’s clinic to receive therapy for a mental disorder. Khairia was single, in her mid-30s, and in fragile health—an unpropitious situation for a woman in a conservative kingdom where teenage brides are far from uncommon. Bin Laden, by contrast, was seven years younger, the son of a billionaire, and already making a name for himself as a fundraiser for the mujahideen struggle against the Soviets in Afghanistan. Moreover, by this time, bin Laden already had two wives. But Najwa, the first of them, encouraged him to pursue Khairia, believing that having someone with her training permanently on hand would help her son Saad and his brothers and sisters, some of whom also suffered from developmental disorders.

Not surprisingly given Khairia’s age and state of health, she and bin Laden struggled to conceive. Over the first three years of their marriage, as bin Laden moved back and forth between Saudi Arabia and the theater of war in Afghanistan, she endured miscarriage after miscarriage. During this time, bin Laden added a fourth wife to the family—another highly educated Saudi woman, Siham Sabar. Then, in 1989, both Siham and Khairia bore him sons. Siham’s was called Khalid, a name that in Arabic means “eternal.” Khairia’s boy was named Hamza, meaning “steadfast.” Thenceforward, in accordance with ancient Arab custom, Khairia became known by the honorific Umm Hamza, the Mother of Hamza. The boy would remain her only child by bin Laden, but that fact has by no means diminished either Hamza’s importance or Khairia’s.

In 1991, reeling from a series of bloody embarrassments in Afghanistan and dismayed by the Saudi government’s increasing hostility toward him, bin Laden moved al-Qaeda’s base of operations to Sudan, just across the Red Sea from his home city of Jeddah. Among bin Laden’s inner circle of top lieutenants and their families, Umm Hamza soon developed a reputation for level-headedness and wise counsel. As bin Laden’s longtime bodyguard Abu Jandal put it, she was “respected by absolutely everyone.” In Sudan, Khairia set up an informal school to teach the wives and children of al-Qaeda members about Islamic theology, gave advice on religious matters, and from time to time even offered marriage counseling. At a time when al-Qaeda could easily have disintegrated under the weight of its forced exile and bin Laden’s growing fear of arrest or assassination, Khairia’s calm and optimistic influence played an important role in holding the organization together.

Hamza was seven years old when the regime of Omar Bashir finally caved to international pressure and expelled al-Qaeda from Sudan. bin Laden and his entourage decamped to Afghanistan, where they were offered safe haven first by local warlords and subsequently by the Taliban movement, which overran most of the country within a few months of bin Laden’s arrival. Al-Qaeda’s new hosts gave bin Laden the choice of several desirable residences, including a former royal palace. Characteristically, however, he chose instead a base in the mountains near Jalalabad consisting of concrete huts lacking power, water, and in many cases even doors. bin Laden eventually moved to Tarnak Farms, a camp complex outside Kandahar with almost as little in the way of creature comforts. Not everyone relishes this kind of austerity; while bin Laden was still in Sudan, his second wife, Khadija Sharif, had divorced him, citing the hardships of life in a militant camp. His first wife, Najwa, would finally leave him on the eve of 9/11. But Khairia and Siham—the mothers of Hamza and Khalid, respectively—were ready to go through significant privations for their husband, and both would be with him at the very end.


The Tehran Years

In Afghanistan, Hamza emerged as one of bin Laden’s favorite sons. Still not yet a teenager, he appeared in propaganda videos alongside his father, underwent assault training with al-Qaeda fighters, and preached fiery sermons in a young boy’s helium voice. In December 2000, aged 11, Hamza was chosen to recite a poem at the wedding of his 15-year-old brother, Mohammed. His assured performance transfixed the other guests; bin Laden family members would talk about it, and even have dreams about it, for years to come.

But already, Hamza’s time with his father was drawing to a close. On September 10, 2001, anticipating the backlash that would follow his latest and most outrageous assault on the United States, bin Laden ordered his wives and their younger children out of his Kandahar compound—a conspicuous target and one that had been bombed before—to seek shelter in Jalalabad, 350 miles northeast. There, al-Qaeda’s propagandists shot one last video featuring Hamza, in which the boy can be seen reciting a poem praising the bravery of Kabul’s Taliban defenders and handling wreckage claimed to be from a downed U.S. helicopter.

The video was, of course, a travesty. The Taliban, far from mounting a stalwart defense, were already being routed up and down the country, and the helicopter wreck, certainly not American, was most likely that of a Soviet gunship shot down before Hamza was born, probably with surface-to-air missiles supplied by the United States. As bin Laden made ready to ride south for his last stand at Tora Bora, he ordered his family east, over the border into Pakistan. This decision made sense. Al-Qaeda had found shelter there during and immediately after the war against the Soviets, and operatives like Khalid Sheikh Mohammed had long lived with impunity in Pakistani mega-cities like Karachi.

But 9/11 had changed this picture along with everything else. General Pervez Musharraf responded to the attacks by turning Pakistan into an enthusiastic supporter of the United States’ efforts against al-Qaeda and the Taliban. Faced with a rapidly narrowing range of risky options, al-Qaeda decided that its people, including bin Laden’s family, should leave Pakistan and seek refuge in the neighboring country of Iran.

The world’s foremost Shi`a stronghold may seem an odd destination for an organization populated by Sunni extremists, men who pepper their public utterances with slurs against Shi`a Muslims, calling them “rejectionists” and “apostates.” But in the fall of 2001, with support for the United States at an all-time high, Iran suddenly became the one place in the Muslim world where America’s writ could be counted upon not to run.

Inside Iran, Saif al-`Adl, a wily Egyptian ex-soldier who had been a pivotal figure in al-Qaeda since its inception, oversaw a secret network of safe houses. In the beginning, it seemed as if al-Qaeda had found at least temporary sanctuary. But Hamza nevertheless chafed against the constraints of this life in the shadows. In July 2002, he wrote a poem to his father, bemoaning the “spheres of danger everywhere I look” and asking, “What has happened for us to be chased by danger?” In his response, bin Laden did not sugar-coat matters for his 12-year-old son. “I can see only a very steep path ahead,” he wrote. “A decade has gone by in vagrancy and travel, and here we are in our tragedy… for how long will real men be in short supply?”

Further hardship lurked just over the horizon. For if Hamza and his family thought they had evaded detection, they were wrong. In fact, it seems that Iranian intelligence knew of al-Qaeda’s presence on the Islamic Republic’s soil right from the start. Around April 2003, the al-Qaeda members in Iran realized they were being watched and began to take steps to thwart Tehran’s monitoring. Fearing that al-Qaeda might slip through their fingers, the authorities initiated a dragnet that pulled in practically every al-Qaeda operative and family member in the country.

For the next few years, Hamza and his mother were held at a succession of military facilities in the Tehran area, some cramped and dingy, others spacious and relatively comfortable, but always separated from the outside world by high walls, razor wire, and surveillance cameras. Despite their tribulations, Khairia remained adamant that her son should receive the best possible education under the circumstances. Her own pedagogic efforts continued, and to supplement these, she solicited a group of bin Laden’s top lieutenants being held in the same facility, including al-`Adl, to educate Hamza in Qur’anic study, Islamic jurisprudence, and the hadith(alleged deeds and sayings of the prophet). Hamza is said to have become learned in each of these subjects.

Hamza matured in other ways, too. While still in captivity, he married the daughter of one of his teachers, the longtime al-Qaeda military commander Abu Mohammed al-Masri. Hamza’s new wife soon gave birth to a son and a daughter, whom they named respectively Usama and Khairia. Hamza told the elder bin Laden that “God created [my children] to serve you.” And he longed to rejoin his father. “How many times, from the depths of my heart, I wished to be beside you,” Hamza wrote in 2009. “I remember every smile that you smiled at me, every word that you spoke to me, every look that you gave me.”

Neither captivity nor fatherhood could dim the desire to follow in his father’s footsteps, which Hamza had shown from a precociously early age. On the contrary, as time went on, he grew ever more desperate to re-enter the fray. His greatest frustration, he told his father in a letter smuggled out to Abbottabad, was that “the mujahidin legions have marched and I have not joined them.” But bin Laden was determined to ensure a different destiny for his favorite son.


Waziristan  

With so many senior al-Qaeda members in custody, Iran possessed huge leverage over bin Laden’s organization. By 2010, however, al-Qaeda had acquired a bargaining chip of its own in the shape of a captive Iranian diplomat sold to them as a hostage by Pakistani tribal elements. With the Haqqani Network acting as go-between, a prisoner swap was arranged. In August 2010, at the beginning of Ramadan, Hamza was released along with his mother, wife, and children. Two of his older brothers, Uthman and Mohammed, soon followed along with their own families. All those released made their way to Waziristan, where a sizable al-Qaeda contingent lived under the protection of various Pakistani militant groups.

The bin Laden family was spread across several countries. Abdullah, Usama’s eldest son, was living a “quiet life” as a businessman in Saudi Arabia. Another son, Ladin, previously imprisoned in Iran, had gone to stay with his grandmother’s side of family in Syria. Another, Omar, lived in Qatar for a time before moving to Saudi Arabia. bin Laden therefore had a number of possible places to send family members freed from Iran. He wanted his sons Uthman and Mohammed to stay in Pakistan, provided a “safe place” could be found for them. His initial plan on hearing of Hamza’s release was to try to have him sent to Qatar. Given that Hamza had been imprisoned in Iran from around the age of 14, it would be “difficult [for the United States or other countries] to indict him and to ask Qatar to extradite him.” Moreover, in Qatar, the home of Al-Jazeera, Hamza would enjoy relative freedom of speech, which he could exploit in order to act as a spokesperson for bin Laden’s brand of Islam, to “spread the jihadi doctrine and refute the wrong and the suspicions raised around jihad.” But Mahmud, bin Laden’s Libyan chief of staff—also known as Atiyya Abdul Rahman—balked at the idea of Qatar as a destination, on the basis that the small Gulf state, a U.S. ally, would hand Hamza over to the Americans. Ultimately, as will be seen, bin Laden followed Mahmud’s advice; but the suggestion that Hamza should act as a mouthpiece for jihadi dogma indicates that, despite their long separation, the father had more than an inkling of his son’s rhetorical abilities.

In Abbottabad, five hundred miles northeast of al-Qaeda’s Waziristan powerbase, bin Laden already had one grown son with him—Khalid, the son of his fourth wife, Siham, born in the same year as Hamza. Khalid served as the compound’s resident handyman and plumber. He also kept a cow he had bought from a local farmer and, like all of the men around bin Laden, was prepared to defend his father with deadly force. Khalid was useful to have around, to be sure, but hardly suited for leadership. Now, however, three more adult sons hid in Waziristan, awaiting their father’s call: Uthman, aged 27, Mohammed, 25, and Hamza, just 21. bin Laden made his choice. He ordered Uthman and Mohammed to go to Peshawar, 100 miles from their father. Khalid was to do the same, having been betrothed to a girl whose family lived there. But Hamza was to come to Abbottabad as soon as he could safely do so. As Khairia told him in a letter, “The father … asks God that he will benefit from you … He has prepared a lot of work for you.”

For a while, the portents seemed encouraging. Siham, Khalid’s mother, told Hamza of a “very good” dream in which “you were conducting Adhan [the Muslim call to prayer] from atop a very high building, in the same voice in which you said, ‘Stay strong my father, for heaven awaits us and victory is ours if God permits.’” This was a reference to the poem that Hamza had recited at his brother Mohammed’s wedding more than a decade previously.

As ever, security was the overriding factor, and bin Laden had already lost one son in Waziristan. Saad, a decade older than Hamza, had been imprisoned in Iran alongside his brothers, but by mid-August 2008, he had been set free (or had escaped, depending on which account one believes). Like Hamza, he made his way to Waziristan. Saad, characteristically, grew restless, perhaps as a result of the mental problems treated by Khairia back in Jeddah. Whatever the cause, Saad apparently behaved recklessly, showed his face once too often in public, and sometime in the first half of 2009, was killed by a U.S. missile. Mahmud, bin Laden’s chief of staff, told his commander in a letter that “Saad died—peace be upon him—because he was impatient.”

“We pray to God to have mercy on Saad,” bin Laden wrote. “And may He reward us with a substitute.”

For Hamza, Mahmud had nothing but praise. “He is very sweet and good,” he told bin Laden. “I see in him wisdom and politeness. He does not want to be treated with favoritism because he is the son of ‘someone.’”

Eager as he was for Hamza to join him, bin Laden was not going to allow the younger son to meet the same fate as the elder. He therefore issued operatives in Waziristan with strict instructions to keep Hamza indoors unless absolutely necessary and insisted on personally vetting the man assigned to guard his son. Under these strictures, which Mahmud likened to a “prison,” Hamza—usually as patient and level-headed as his mother—began to exhibit some of Saad’s petulance. Bin Laden relented a little, allowing Hamza to undergo shooting practice.

Bin Laden agonized over the decision to bring his son to his side. On the one hand, Hamza was the heir presumptive—the son of his favorite wife, charismatic and well-liked. He could be a great help to the organization. On the other hand, bin Laden’s own security situation, already precarious to begin with, had recently become yet more delicate, for the two Pakistani brothers who protected him and his family were dangerously close to burning out from stress. One of them, Ahmed, had contracted a serious illness that bin Laden feared might relapse at any time. They could hold out, bin Laden estimated, at most another few months. bin Laden needed to find replacements for the brothers as soon as possible, but his requirements were exacting. In order to blend in, the new protectors would need to be Pakistanis, fluent in local dialects. To avoid raising suspicions about the unusual size of the compound, they would need to have large families. And, of course, they would need to be absolutely trustworthy and relentlessly committed to the cause.

Mahmud would have his work cut out fulfilling such a tall order. In the meantime, however, bin Laden finally decided, despite the obvious danger, to have Hamza join him. By early April 2011, Mahmud had hatched a plan to make it happen. Hamza, with his wife and children, traveled south, through the badlands of Baluchistan. This was a roundabout route, to be sure, but it was safer than heading directly toward Abbottabad over the Khyber mountain passes. Once in Baluchistan, the plan was for Hamza’s party to rendezvous with Azmarai, one of al-Qaeda’s most seasoned and trusted fixers. Azmarai would arrange forward passage through Karachi and then by air or train to Peshawar. There, Hamza would meet another al-Qaeda operative who would send him on to Abbottabad when the time was right. To ease his brother through the inevitable checkpoints along the way, Khalid lent Hamza his fake ID and driver’s license. By late April 2011, plans were afoot, and Hamza waited only for a cloudy sky to speed him on his way. But it was not to be. Within a few weeks, his father was dead.


Heir Apparent

Hamza may have avoided death or capture in Abbottabad by weeks or even days. His brother Khalid was not so lucky; he died wielding an assault weapon in a futile attempt to defend his father against the superior numbers, tactics, and technology of the U.S. Navy SEALs. Hamza’s mother, Khairia, was taken into Pakistani custody in the early hours of May 2, 2011. Around a year later, she, Umm Khalid, and a dozen other bin Laden family members were deported to Saudi Arabia, where they live to this day in a compound outside Jeddah under what their lawyer describes as “very tight restrictions and security arrangements made by the Kingdom’s authorities,” including a ban on speaking publicly about their time in Pakistan.

Over the next four years, while Ayman al-Zawahiri took over as permanent emir of al-Qaeda, Syria and Iraq descended into barbarism, and the Islamic State spun out of al-Qaeda’s orbit, Hamza bin Laden remained silent. Then, out of the blue, in an audio message released in August 2015, al-Zawahiri introduced “a lion from the den of al-Qaeda”—a play on the name Usama, which means “lion” in Arabic. The next voice on the tape was that of Hamza.56 He hailed the “martyrdom” of his father and his brother Khalid; praised al-Qaeda’s leaders in Syria, Yemen, and North Africa; lauded the attacks on Fort Hood and the Boston Marathon; and called for jihadis to “[t]ake the battlefield from Kabul, Baghdad, and Gaza to Washington, London, Paris, and Tel Aviv.”

Further statements appeared in May, July, and August 2016, prompting the U.S. State Department in January 2017 to place Hamza on its list of Specially Designated Global Terrorists. Two more messages then emerged in May 2017.

The theme of encouraging attacks on Jewish and Western interests is one to which Hamza has returned again and again in his messages. For example, the first of his May 2017 statements is entitled “Advice for Martyrdom-Seekers in the West.” Over footage of the aftermath of the Fort Hood massacre, a television reconstruction of events leading up to the 1993 World Trade Center bombing, and images connected with other attacks, Hamza encouraged jihadis all over the world to “Sell your soul cheaply for the pleasure of [God]” and urged them to read Inspire magazine, the online publication of al-Qaeda in the Arabian Peninsula (AQAP) that taught the Boston bombers how to turn a pressure cooker into a weapon. A caption in the video montage encourages “stabbing with knives and using vehicles and trucks” as an alternative to guns and bombs.

Strikingly, Hamza directs followers not to travel to theaters of war within the Muslim world, but instead to attack targets in the West and Russia. “Perhaps you are longing for emigration,” he says. “Perhaps you yearn for sacrifice in the battlefields. Know that inflicting punishment on Jews and Crusaders where you are is more vexing and severe for the enemy.” He urges “martyrs” that “the message you intend to convey through your blessed operation must be explained unequivocally in the media” and suggests talking points to align these explanations with al-Qaeda’s own propaganda.

In the same statement, Hamza sets up a hierarchy of targets to be attacked, starting with those who “transgress” against Islam (such as the editors of the French satirical weekly Charlie Hebdo), followed by Jewish interests, the United States, other NATO member states, and, lastly, Russia. It is noteworthy that Hamza accords attacks on Jewish interests a higher priority than those against Americans, whereas Osama bin Laden in his 1998 fatwa relating to “Jihad against Jews and Crusaders” depicted them as coequal targets. This hierarchy may reflect Hamza’s renewed emphasis on the Palestinian cause, dramatically stated in the title of his May 2016 statement, “Jerusalem Is a Bride and Our Blood Is Her Dowry.” However, this should not be taken as evidence that al-Qaeda is about to begin attacking Israel directly. It should be recalled that Osama bin Laden himself was quite cynical about the matter, admitting privately to his lieutenants that al-Qaeda’s rhetoric about Palestine was no more than “noise” designed to drum up popular support in the Arab world.

In two of his statements, Hamza, like his father before him, urges regime change in Saudi Arabia. The first, released in August 2016, bemoans AQAP’s ouster the previous April from Mukalla in Yemen, alleging that it was accomplished “with direct American participation.”63 (In fact, Mukalla was liberated by a Saudi-led coalition of Arab forces.) The second statement was released during U.S. President Donald Trump’s state visit to Saudi Arabia in May 2017, although Hamza does not mention the trip in the text itself. In the latter statement, Hamza reiterates his call for the overthrow of the Saudi monarchy, claiming that the House of Saud has been doing the bidding of foreigners ever since the Kingdom’s founder, Ibn Saud, received British aid during World War I.

Hamza’s messages frequently repeat, almost word-for-word, sentences uttered by the elder bin Laden during al-Qaeda’s heyday in the late 1990s and early 2000s. This tendency can be heard, for example, in Hamza’s diatribes on the Palestinian Territories, on what he calls the “occupation” of Saudi Arabia, and on the idea that the United States is “stealing” the wealth of the Muslim world. (President Trump, no doubt unwittingly, played into the last of these narrative strands on his visit to Saudi Arabia, when he thanked King Salman for his “massive investment in America, its industry, and its jobs” and boasted of a new arms deal that would transfer a further $110 billion to U.S. companies.) Hamza even makes an effort to sound like his father, intoning his words with the same quiet intensity.

In his first statement, Hamza speaks of “following my father” by pledging allegiance to the leader of the Taliban. This is noteworthy in itself; whereas al-Qaeda’s other senior leaders pledge bayat to the emir of the organization (currently al-Zawahiri) who then swears fealty to the Taliban on behalf of al-Qaeda as a whole, Hamza gives his bayat directly to the Taliban leader, suggesting that, as the heir to bin Laden, he belongs to a higher class. Other aspects of the statements confirm the impression that Hamza is being elevated to leadership. In his earlier messages, al-Qaeda’s media arm referred to Hamza as a “Brother Mujahid,” a rank-and-file designation. But beginning with his two statements released in May 2017, the organization has started calling him “Sheikh,” a title reserved for its topmost brass.

None of Hamza’s messages have been accompanied by pictures of the man himself. In fact, the most recent known images are still those of Hamza sifting through helicopter wreckage in the weeks following 9/11, when he was just 12 years old; today, he would be 27 or 28. For a recent episode of 60 Minutes, CBS News commissioned a forensic artist, Stephen Mancusi, to take images of Hamza in his boyhood and subject them to an age-progression technique. The resulting portrait is of a young man who looks unsettlingly like his father around the same age, when he was raising money for the Afghan struggle against the Soviets. Another clue to Hamza’s appearance may come from the fact that he seems to have borrowed his half-brother Khalid’s Pakistani ID card for the abortive journey from Waziristan to Abbottabad. Khalid, as depicted in grisly photographs of his corpse lying on the stone floor of the Abbottabad house, shared his father’s long, thin nose and full lips. If Hamza does indeed resemble his father, and is willing in due time to show his face, no doubt the likeness will prove an asset in rallying jihadi support around al-Qaeda.

When Hamza’s first statement came out in August 2015, confidence in al-Zawahiri had reached an all-time low. It had just emerged that Mullah Omar had died in 2013, a year before al-Zawahiri had renewed al-Qaeda’s bayat to the Taliban leader. In other words, either al-Zawahiri had been unaware of Omar’s death—in which case he was too far out of the loop to lead—or he had known about it all along and had intentionally sworn allegiance to a dead man—a grave sin in al-Qaeda’s brand of Islam. This revelation brought dismay and ridicule from jihadis all over the world, at a time when the Islamic State was still capturing all the headlines and attracting the lion’s share of recruits. Raising the profile of the heir to bin Laden was thus an inspired move on the part of al-Zawahiri and the other al-Qaeda top brass. But Hamza’s return will have far broader and longer-term repercussions.


Future Standard Bearer of Global Jihad?

As the Islamic State continues to crumble, many of its adherents will be looking for new banners under which to fight. They are unlikely to pledge allegiance to al-Zawahiri, whom they see as an interloper unworthy of bin Laden’s legacy. It would be an understatement to say that al-Zawahiri lacks the charisma of his predecessor. Moreover, as an Egyptian, he will always struggle to inspire loyalty among other Arabs, especially those from the Arabian Peninsula.

Hamza, by contrast, suffers from none of these handicaps. His family pedigree, not to mention his dynastic marriage to the daughter of an al-Qaeda charter member, automatically entitles him to respect from every jihadi who follows bin Laden’s ideology, which includes every Islamic State fighter. As a Saudi descended from prominent families on both his father’s and his mother’s side, he is well-placed to pull in large donations from patrons in the Gulf, particularly at a time when sectarian fervor is running high in Saudi Arabia. It is significant in this regard that Hamza has returned to his father’s rhetoric castigating the House of Saud. As with bin Laden’s 1996 declaration of jihad, this is not just a political message; it is designed to inspire potential donors.

One final aspect of Hamza’s messages is noteworthy here. Unlike other leading al-Qaeda figures, he has never once explicitly criticized the Islamic State. True, he bemoans “strife” between the various groups fighting in Iraq and Syria and calls repeatedly for unity among jihadis to face down what he describes as a “unified enemy” of “Crusaders, Jews, Alawites, rejectionists, and apostate mercenaries.” But he carefully avoids naming the self-styled caliphate or its leaders. The Islamic State, for its part, reciprocates the favor; even as its propaganda castigates al-Zawahiri as a traitor to the cause, it never directly references Hamza. It is significant, too, that many Islamic State supporters who denounce “al-Zawahiri’s al-Qaeda” nevertheless profess admiration for Osama bin Laden. This is the best evidence that Hamza could be a unifying figure.

It is true that Hamza has never fought on the frontlines—something of which, as is seen in his letters to his father from captivity, he himself is painfully aware. This distinguishes him from the elder bin Laden, whose warrior myth was built on his exploits against the Soviets in Afghanistan in the 1980s. But it is not as much of a weakness as might be thought. Hamza is not coming out of thin air; he is the favorite son of the most famous jihadi in history. And in a culture where leadership typically descends through a bloodline, pedigree trumps experience. Moreover, while Hamza has not actually fought, he has been featured in al-Qaeda propaganda from a very young age, in videos that depict him as having been very close to his father. Perhaps most importantly of all, Hamza clearly has al-Qaeda’s senior leadership behind him. During his Iranian captivity, Hamza received training from some of al-Qaeda’s top operatives, including al-`Adl and al-Masri. Both of these men are now reportedly free and presumably available to give Hamza their counsel, something bin Laden himself lacked during the last nine years of his life.

Hamza’s ascendancy comes at a moment when al-Qaeda affiliates are growing in resources and influence across the Islamic world. Al-Nusra, the Syrian franchise now nominally subsumed into Hayat Tahrir al-Sham, may have more than 20,000 militants under its command. AQAP controls or has a presence in large swathes of Yemen’s coastline and highway network. Al-Qaeda in the Islamic Maghreb recently concluded a merger with several other factions, creating a jihadi conglomerate whose constituent groups collectively carried out over 250 attacks in 2016 alone. However, since AQAP’s threats against U.S. embassies in 2013, these franchises have apparently not sought to use their power to mount attacks against the West. While al-Zawahiri has mostly limited himself to threatening the United States rhetorically, if Hamza takes the reins, there is reason to think that could change, given that his messages repeatedly call for more attacks on American soil, praising previous atrocities like the Fort Hood massacre and the Boston Marathon bombing. As has been seen, Hamza has turned to his father’s well-worn anti-American rhetoric, accusing the United States of “occupying” the Arabian Peninsula and “stealing” Muslim wealth.

Many factors suggest that Hamza could be a highly effective leader: his family pedigree, his dynastic marriage, his longstanding jihadi fervor and obvious charisma, and his closeness to al-Qaeda’s most senior operatives. It remains to be seen how, exactly, the organization will make use of him, but it is clear that his star is on the rise. That should worry policymakers in the West as well as in the Muslim world.

This article is adapted in part from the author’s most recent book, Anatomy of Terror: From the Death of Bin Laden to the Rise of the Islamic State, which was published earlier this year by W. W. Norton & Company. The version published by The Daily Beast does not include citations. These can be viewed in the original version published by CTC Sentinel.