Thursday, June 15, 2023

Il fondatore della Marina israeliana.

Nato a San Benedetto del Tronto l’8 settembre 1909, Fiorenzo Capriotti si arruola nella Regia Marina dove serve come incursore della X Flottiglia MAS, unità d’assalto che negli anni dal 1940-1943 compie audaci operazioni nel Mediterraneo, fra le quali l’affondamento di due corazzate nel porto inglese di Alessandria d’Egitto e un attacco su Malta al termine del quale il giovane Fiorenzo è catturato dal nemico. 
Da prigioniero Capriotti “visita” molti campi: Inghilterra, Texas, Hawaii e Italia centrale dove, a conflitto finito, è internato nell’ R707 “Recalcitrant”, ex campo tedesco nell’attuale zona industriale di Maratta bassa riconvertito dagli anglo-americani in polo detentivo per i recalcitranti, cioè per i fascisti più duri. 
Al tempo di quelle strutture a Terni ce ne sono tre: il Civil Internee Camp il cui ingresso è tutt’ora localizzabile in Piazzale Donegani (polo chimico) e che ospita civili e spie legati alla RSI (fra loro la moglie di Mussolini e la sua famiglia); l’ex SPEA un terreno della Marina Militare (è rimasto al demanio militare fino al 2007) dove ufficiali e marinai non cooperanti sono costretti al lavoro forzato dai britannici e, infine, il “707” di via dei Laghetti (di fronte al quale ora sorge il carcere di Sabbione) ricavato da una polveriera e che conserva buona parte dei muri di cinta, del filo spinato, delle torrette in mattoni, dei faretti così e della pista, in terra battuta, percorsa dai prigionieri sotto la severa e, forse un po’ sadica, supervisione di un ufficiale polacco armato di frusta. 

Storie e luoghi dimenticati ma tornati a galla, alcuni anni fa, grazie anche all’opera del ricercatore orvietano Sandro Bassetti con il suo Terni. Tre lager per fascisti (Lampi di Stampa, 2010).   
Fiorenzo è bollato come “recalcitrant” non perché abbia combattuto a Salò (poiché prigioniero ben prima  dell’Armistizio dell’8 settembre 1943), ma per aver rifiutato ogni collaborazione con gli Alleati. Il campo chiude alla fine nel 1945 e gli internati tornano alla vita civile. 
Quanto a Fiorenzo, il destino gli riserva qualcosa di particolare: un viaggio in Israele con una raccomandazione dei servizi segreti italiani. “Mi dissero - c’è un lavoro per te, uno di quelli che tu sai fare bene-” racconta in seguito il marinaio marchigiano che nel 1947 parte alla volta del neonato stato mediorientale, che in quel periodo si prepara alla prima guerra arabo-israeliana. 
Il “lavoro” è addestrare marinai per azioni contro l’Egitto eseguite a bordo di veloci mezzi navali prodotti in Italia. Un documento de-secretato dei servizi americani segnala, infatti, che nel ’47 Israele ha acquistato dall’Italia barchini MTM, gli stessi mezzi navali usati dalla Decima MAS nel Mediterraneo e pilotati da specialisti come Capriotti. Il training di Fiorenzo va a buon fine e, nell’ottobre 1948, gli incursori di Tel Aviv fanno colare a picco l’ammiraglia egiziana “El Emir Farouk” ormeggiata nel porto di Gaza. 

È la prima azione della futura Shayetet 13, la 13° Flottiglia ancora oggi operativa nella HaYam HaYsraeli. La professionalità del marò italiano resta a lungo impressa nella memoria delle Israeli Defense Forces tanto da dedicargli parole di elogio e una carica, onoraria, di un certo prestigio: “Fiorenzo Capriotti, che combatté nella gloriosa unità d'avanguardia "Decima Flottiglia MAS" della Marina Militare Italiana durante la seconda guerra mondiale; che ci è stato di grande aiuto nel fondare e addestrare l'unità di comando della nostra marina, durante la Guerra d'Indipendenza, identificandoci totalmente con essa, con devozione e spirito di sacrificio a suo rischio e pericolo. In riconoscimento di questo contributo alla rinascita dello stato di Israele, gli offriamo in omaggio il titolo di: Comandante ad honorem della tredicesima flotta ". 

È il 22 ottobre 1992; Capriotti morirà a 99 anni nel 2008.


Saturday, June 3, 2023

Trattativa, l’ex capo dei Servizi Fulci: “la Falange chiamava dalle sedi Sismi, alcuni 007 usavano esplosivi”



La rivelazione al processo Trattativa dell'ambasciatore, ai vertici del Cesis tra il 1991 e il 1993 sulla sigla oscura che rivendicava omicidi e stragi nei primi anni '90. "Un analista del Sisde mi portò la mappa dei luoghi da dove partivano le chiamate e quella delle sedi periferiche del Sismi: coincidevano perfettamente". Poi aggiunge: ""All’interno dei servizi c’è una cellula che si chiama Ossi, esperta nel piazzare polveri, fare attentati"

Quindici agenti segreti super addestrati sospettati di essere collegati con le bombe del 1993, e le telefonate della Falange Armata che partivano dalle sedi coperte del Sismi. È un racconto che arriva dal passato l’ultimo tassello inedito sulla Falange Armata, l’oscura sigla criminale che nei primi anni Novanta rivendicava ogni singolo fatto di sangue andato in onda nel Paese: dai delitti della banda della Uno bianca alle stragi mafiose del 1992 e 1993. Un mistero mai risolto quello dei telefonisti del terrore che chiamavano i centralini dell’agenzia Ansa per firmare eccidi e stragi con cui nulla avevano probabilmente a che fare. Adesso però, a più di vent’anni di distanza, emerge un particolare nuovo: quelle chiamate sarebbero state fatte dalle stessa zone in cui all’epoca il Sismi aveva localizzato le sue basi periferiche. A raccontarlo è l’ambasciatore Francesco Paolo Fulci, punta di diamante della diplomazia italiana negli anni ’80, al vertice del Cesis (Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza) tra il 1991 e il 1993, ex presidente della Ferrero deceduto 21 gennaio 2022.

Le chiamate del terrore dalle sedi del Sismi

“C’era questa storia della Falange Armata e allora incaricai questo analista del Sisde, si chiamava Davide De Luca (oggi deceduto ndr), gli chiesi di lavorare sulle rivendicazioni”, è l’incipit del racconto di Fulci, che dopo essere stato interrogato dai pm di Palermo Roberto Tartaglia e Nino Di Matteo nell’aprile del 2014, ha deposto oggi al processo sulla Trattativa Stato – mafia. “Dopo alcuni giorni De Luca venne da me e mi disse: questa è la mappa dei luoghi da dove partono le telefonate e questa è la mappa delle sedi periferiche del Sismi in Italia, le due cartine coincidevano perfettamente, e in più De Luca mi disse che le chiamate venivano fatte sempre in orario d’ufficio”, racconta Fulci nell’aula bunker del carcere Ucciardone, davanti alla corte d’Assise di Palermo, che sta processando politici, boss mafiosi e ufficiali dei carabinieri per il patto segreto tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra. Ma perché pezzi del Sismi avrebbero dovuto rivendicare le stragi di mafia? Fulci non lo dice, spiega però di “essersi convinto che tutta questa storia della Falange Armata faceva parte di quelle operazioni psicologiche previste dai manuali di Stay Behind, facevano esercitazioni, creare il panico in mezzo alla gente e creare le condizioni per destabilizzare il Paese”.

Questa è la mappa dei luoghi da dove partono le telefonate e questa è la mappa delle sedi periferiche del Sismi in Italia: le due cartine coincidevano perfettamente.

Falange, Gladio e la guerra non convenzionale

Nel gergo militare si chiama guerra non convenzionale: una strategia che prevede anche l’inquinamento dei flussi informativi, per aumentare il livello di tensione. È a questo che servono le chiamate della Falange nei primi anni Novanta quando le stragi al tritolo sconquassano l’Italia? Per contestualizzare il racconto di Fulci, bisogna fare un salto indietro nel tempo e arrivare fino al 27 ottobre del 1990  quando al centralino dell’Ansa di Bologna arriva arriva una chiamata che rivendica l’omicidio di Umberto Mormile, educatore carcerario del penitenziario milanese di Opera, ucciso sei mesi prima.  “Il terrorismo non è morto, ci conoscerete in seguito” recita una voce al telefono: è la prima rivendicazione della Falange Armata, che arriva due giorni dopo il celebre discorso con cui Giulio Andreotti rivela alla Camera dei Deputati l’esistenza di Gladio, affiliata alla rete Stay Behind, l’organizzazione militare segreta costituita in ottemperanza al Patto Atlantico. Fulci non collega esplicitamente le telefonate della Falange a Gladio, ma si lascia sfuggire: “forse in effetti si trattava di qualche nostalgico”.

L’elenco dei 15 agenti segreti e le bombe del ’93

Ma non solo. Perché nella sua permanenza ai vertici del Cesis, Fulci non riceve informazioni solo sulle telefonate della Falange. Scopre infatti che dentro la VII divisione del Sismi esiste un servizio speciale coperto composto da 15 agenti segreti super addestrati. “All’interno dei Servizi c’è solo una cellula che si chiama Ossi, che è molto esperta nel fare guerriglia urbana, piazzare polveri, fare attentati”, ha spiegato Fulci nella sua deposizione. Si riferisce agli Operatori Speciali Servizio Italiano, che un documento riservato del Sismi definisce come “personale specificatamente addestrato per svolgere in territorio ostile e in qualsiasi ambiente, attività di carattere tecnico e operativo connesse con la condotta della guerra non ortodossa”. Nei due anni trascorsi al vertice del Cesis, Fulci riceve minacce di ogni genere, scopre addirittura di essere spiato nella sua stessa abitazione: chiede e ottiene, quindi di avere tutti i nomi che fanno parte di quel reparto speciale. “Li copiai su un foglietto che nascosi poi nella mia libreria, dicendo a mia moglie che se fosse successo qualcosa era lì che bisognava cercare: dopo aver lasciato l’incarico ed essere andato a New York alle Nazioni Unite provai a dimenticare quella brutta esperienza”.

All’interno dei Servizi c’è solo una cellula che si chiama Ossi, che è molto esperta nel fare guerriglia urbana, piazzare polveri, fare attentati.

“Riina chiudi la bocca”: il ritorno della Falange

E invece pochi mesi dopo avere lasciato l’Italia, Fulci si ricorda di quel foglietto con quei 15 nomi. “Dovete considerare- ha spiegato Fulci – che i servizi devono raccogliere informazioni, non utilizzare esplosivi e bombe, piazzare polveri e cose simili. Siccome avevo letto le notizie di queste bombe a Firenze e a Roma e i giornali facevano cenno ai soliti servizi deviati, mi dissi: questa cosa si può chiarire. Presi il foglietto e lo portai generale dei carabinieri Luigi Federici spiegandogli: per essere certi che i servizi non c’entrano niente, questi sono i nomi delle persone che sanno maneggiare esplosivi all’interno dei servizi”. Ai quindici nomi, però, Fulci ne aggiunge un altro: quello del colonnello Walter Masina, che però non fa parte della VII divisione e degli Ossi. “Non avrei dovuto farlo ma volevo fargliela pagare, dato che Masina era quello che spiava la mia abitazione”. Cosa succede dopo che Fulci consegna quell’elenco ai carabinieri? “Mi accusarono di avere montato un depistaggio con gli americani“. È mentre la denuncia di Fulci cade nel vuoto, le stragi targate Cosa Nostra finiscono all’improvviso,  la prima Repubblica è ormai crollata sotto il peso di Tangentopoli e parallelamente scompaiono pure le rivendicazioni della Falange. Un silenzio durato fino al dicembre del 2013, quando al carcere di Opera, a Milano, arriva una lettera indirizzata al superboss Totò Riina. C’è scritto: “Riina chiudi la bocca, ricordati che i tuoi familiari sono liberi, al resto ci pensiamo noi”. Sono i mesi in cui il boss corleonese si lascia andare a confidenze e rivelazioni durante l’ora d’aria, mentre la Dia di Palermo registra ogni cosa: un’informazione nota soltanto agli investigatori. Chi è dunque che manda quella lettera? La firma è sempre la stessa: Falange Armata.

font: 


Gladio parallela? "Quel documento è un passo indietro"





Giovanni Spinosa, che a lungo da magistrato ha indagato sui delitti della Uno Bianca e sulla Falange armata, dice la sua sul documento che attesterebbe la seconda vita di Gladio: "È un'operazione deviante"

Da quando il settimanale Tpi ha pubblicato un documento inedito in cui si parla della possibile creazione di una struttura segreta in seno alla VII Divisione del Sismi, sono passati ormai due mesi. Il documento in oggetto, datato 13 luglio 1990, è stato presentato come attestante la seconda vita di Gladio, la costola italiana dello Stay Behind americano che tanto piace scomodare – spesso a sproposito - quando c’è odore di complotto o, in generale, puzza di bruciato.

E anche in questo caso, benché il documento sia effettivamente interessante e a suo modo clamoroso, non si comprende per quale motivo se ne attribuisca la paternità all’organizzazione semi-clandestina di ambito Nato che di lì a poco (nell’ottobre del 1990) verrà sciolta.

Certo, VII Divisione del Sismi e Gladio fanno il paio perfetto, naturale dunque fare un immediato collegamento. Ma poi, fatto il collegamento, bisogna approfondire, perché le cose che non tornano riguardo questo documento sono molte. E nessuno, fin ora, ha provato a spiegarle se non ilGiornale.it.

Dopo esserci interrogati sull’autenticità o meno di questo documento, ci siamo chiesti se avesse senso lasciare nero su bianco la proposta di formare una squadra cui affidare operazioni sporche; ci siamo anche chiesti, dando per buono che il contesto in cui si inserisce il tutto sia riconducibile a Gladio, che senso avesse fare una proposta simile quando la fine dell’organizzazione era ormai prossima (ben ne erano consapevoli gli addetti ai lavori).

Queste e molte altre domande le abbiamo poste a Giovanni Spinosa, magistrato da poco in pensione. Titolare dell’indagine sui crimini della Uno Bianca, avvenuti tra Emilia Romagna e Marche tra il 1987 e il 1994, recentemente ha dato alle stampe per Piemme, insieme a Michele Mengoli, il libro Falange armata, storia del golpe sconosciuto che ha ridisegnato l’Italia. Profondo conoscitore delle trame criminali ed eversive che hanno attraversato come corrente elettrica l’Italia in un periodo di passaggio tra il mondo della Prima e della Seconda Repubblica, il dottor Spinosa ha detto la sua sul documento: “Nella migliore delle ipotesi lo considero un falso. Nella più credibile è un’operazione deviante”.

Il magistrato ci spiega la sua teoria: nel luglio del 1990, la Falange armata si è da poco strutturata. L’11 aprile avviene il primo omicidio – quello dell’educatore carcerario Umberto Mormile – che sarà però rivendicato il 27 ottobre 1990, solo tre giorni dopo il discorso in cui il presidente del Consiglio italiano, Giulio Andreotti, rivela l’esistenza di Gladio “Se questo documento del luglio del 1990 allude a qualcosa di reale e di concreto, questo qualcosa in Italia, in quel momento, si sta già strutturando. Ed è appunto la Falange Armata. Mi sembra però che, rispetto a questa realtà eversiva che già muove i primi passi, l’idea che qualcuno proponga di costituire un’analoga realtà eversiva sia qualcosa di totalmente anomalo. Qualcosa che anticipa poi altre operazioni depistanti, come il tentativo di ricondurre la Falange Armata alla VII Divisione che viene fatta con l'operazione Fulci”.



Francesco Paolo Fulci, già segretario generale del Cesis [organo di coordinamento dei servizi segreti italiani dal 1978 al 2007, ndr] e allora ambasciatore presso le Nazioni Unite, nel 1993 stilò una lista – poi consegnata alla Procura di Roma, che aprì un’inchiesta terminata con un nulla di fatto – con 16 nomi. Tutti ufficiali della VII Divisione del Sismi, indicati come i telefonisti della Falange armata, definita una diretta prosecuzione di Gladio. Di più: Fulci disse di aver individuato alcuni dei luoghi da cui erano partite alcune delle telefonate che per diversi anni rivendicarono qualsiasi genere di crimine efferato (tra cui quasi tutte le principali stragi di mafia). Si trattava di telefoni ubicati nei pressi di sedi nella disponibilità del Simi. Un’affermazione ad oggi non verificata.

Secondo l’ex magistrato Spinosa, tutta l’operazione è una sottilissima costruzione depistante. Il 1993 è anche l’anno del cosiddetto Sisde Gate, lo scandalo che investì i vertici dei servizi segreti civili, colpevoli di aver sperperato cifre da capogiro per interesse personale, e che mise in seria difficoltà l’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, che parlò di un “gioco al massacro”. La stessa cosa che ci conferma il dott. Spinosa: “In quel periodo non sono mancati i colpi bassi, anche all’interno dei corpi dello Stato, tra diversi apparati”.

Se l’ambasciatore Fulci fosse consapevole dell’operazione di cui si stava facendo illustre portavoce (se di operazione si tratta, naturalmente) l’ex magistrato non lo sa. Ipotesi, le sue. Come d’altronde, in mancanza di riscontri, quelle di Fulci: “L’ipotesi Fulci è fantasmagorica e non mi capacito del credito che le è stato dato. Sulla base di una mappa dei luoghi di provenienza delle telefonate, che nessuno conosce, e sulla loro vicinanza alle sedi del Sismi, si accusano 16 ufficiali del servizio segreto militare di aver preso parte a un disegno eversivo di proporzioni gravissime. Noi conosciamo il luogo di provenienza solo della prima telefonata della Falange armata, che è partita da una stazione di servizio sull’autostrada Milano-Bologna, nei pressi di Modena. Ce lo dicono i pentiti e abbiamo altri riscontri. Ma le altre? Chi le conosce? Davvero dobbiamo pensare che dei super agenti specializzati come erano i 16 del Sismi siano stati impiegati per fare delle telefonate? Mi sembra un’ipotesi che non sta né in cielo né in terra…”

E il documento di cui stiamo parlando, secondo Spinosa, ripropone una lettura simile, accollando al Sismi altri pesantissimi sospetti. La domanda allora viene spontanea: si è mai scavato nell’opposta direzione? O meglio, si è mai indagato sul ruolo giocato dal Sisde in questa vicenda che parte dal 13 luglio 1990 e arriva al 1993 e alla lista Fulci?

“Non è che non si sia scavato nell’opposta direzione. Non si è scavato proprio. C’è un equivoco di fondo: l’aver ridotto la Falange Armata a dei telefonisti. È una struttura che prepara, organizza, teorizza e realizza un progetto eversivo. È molto di più che semplici “telefonisti”. Non so come si è arrivati alla scoperta di questo documento tra le tante carte che erano sepolte in qualche ufficio. Non lo so e, non sapendolo, non posso dire ne immaginare nulla. Certo è che questo è un momento nel quale si sta riflettendo su quel periodo, e lo si sta facendo in termini molto nuovi e diversi rispetto a quanto fatto finora. Il riproporre l’ipotesi Sismi, la VII Divisione, un’organizzazione più o meno collegata al Sismi, mi pare che sia – al di là delle intenzioni, certamente meritorie - un passo indietro rispetto a quello che oggi si sta cercando di fare, ovvero ricondurre il tutto non al Sismi ma anche soprattutto ad altri apparati dello Stato. Questo si pone probabilmente in una situazione di conflittualità all’interno degli apparati dello Stato all’epoca esistenti e tutt’oggi riprodotti con delle situazioni attraverso le carriere…”

Insomma, una sorta di guerra tra bande senza esclusione di colpi. E tra soggetti mai identificati che, ancora oggi, potrebbero ricoprire ruoli chiave: “Non è stato arrestato nessuno, l’unico [Carmelo Scalone, assolto in Cassazione nel 2002, ndr] si è scoperto che non c’entrava nulla. Ma la Falange armata continua a esistere. È un’entità molto reale. E non è vero che non sono stati individuati i componenti. Semplicemente non sono stati cercati”.

E il pensiero torna sempre alla lista Fulci: “L’ipotesi Fulci è talmente paradossale che la vera domanda è: quale substrato culturale ha consentito che un'ipotesi del genere potesse avere un prestigio e una diffusione come quella che ha avuto? Il punto non è: Sismi o Sisde, polizia o carabinieri. Il punto è: persone che fanno delle telefonate o persone che formano una rete eversiva effettiva, che mettono le bombe, che sparano veramente e uccidono? Il punto vero è questo. Non mi sorprenderei nemmeno che all’interno di una prevalenza di uomini vicini al ministero dell’interno possano esserci stati anche uomini vicini al ministero della difesa, e uso questi termini per indicare la casacca e non per limitarci a parlare di servizi segreti. Parliamo di apparati, e quindi di un termine che va oltre. Per esempio, a qualcuno è mai venuto in mente di scavare nei Sios?”.

Per quanto ne sappiamo no. Il ruolo ipotetico dei servizi segreti interni delle rispettive forze armate [esistiti in questa forma fino al 1997, ndr] viene spesso ignorato. Tirando le fila però una cosa la possiamo dire: falso o no, qualunque sia la natura di questo documento, vecchi fantasmi tornano ad agitarsi con un tempismo che – a trent’anni dalle stragi del 1993 – mette i brividi.


font: Gianluca Zanella






"La Cia sapeva tutto": l'inquietante verità dietro la morte dell'incursore della Folgore.





Marco Mandolini viene brutalmente ucciso, ufficialmente, il 13 giugno 1995. Eppure un generale dell'esercito americano di stanza in Italia, una donna molto vicina alla Cia, ha riferito al fratello della vittima che l'intelligence americana sapeva tutto 24 ore prima, il 12 giugno.

La Cia sapeva dell’omicidio di un incursore della Folgore con 24 ore di anticipo rispetto al giorno ufficiale del decesso. E la notizia potrebbe aprire scenari imprevedibili. Come nelle migliori trame di film di spionaggio, l’intelligence statunitense è sempre un passo avanti. Ma occorre andare per ordine e spiegare bene di cosa si stia parlando.

Quella di Marco Mandolini è una storia brutale, misteriosa, triste. Brutale perché Marco Mandolini viene massacrato il 13 giugno 1995 con 40 coltellate. A seguire, probabilmente mentre era già morto o agonizzante, la sua testa è stata schiacciata da un masso di oltre 20 chili. Misteriosa perché Marco Mandolini era un parà della Folgore, uno 007 del Sismi, un addestratore Gladio che, dopo lo scioglimento della struttura semi-clandestina – avvenuta nel 1990-, diventa addestratore Nato in Germania.

In stretti rapporti con Vincenzo Li Causi, conosciuto nella base militare di Capo Marrargiu e frequentato professionalmente mentre questi era a capo del Centro Scorpione di Trapani, nel 1995 Mandolini sta indagando informalmente sulla morte del collega e amico, avvenuta in Somalia due anni prima in circostanze poco chiare.

Triste perché Marco Mandolini è stato dimenticato. Non tanto dall'opinione pubblica (dopotutto - in quei primi anni novanta - gli agenti segreti morti sono tanti, difficile ricordarli tutti), quanto dai suoi stessi commilitoni. Dai militari della Folgore.

Quando Marco Mandolini viene ucciso, si trova in permesso presso la caserma Vannucci di Livorno, il che è come dire "a casa". La Folgore è la sua vita. Alla Folgore ha dedicato tutto. E nella Folgore, Mandolini ha fatto carriera, fino a diventare capo scorta del generale Bruno Loi durante la missione Ibis. Siamo in Somalia, fronte caldo, rovente, della cooperazione internazionale. L'Italia è una presenza ingombrante in quel paese, quasi al pari degli Stati Uniti.

Subito dopo il suo ritrovamento presso la scogliera del Romito, a meno di 10 chilometri dalla caserma Vannucci, iniziano a circolare le voci: si è trattata di una questione tra omosessuali. A mettere in giro queste voci sono alcuni dei suoi stessi commilitoni con cui Mandolini ha avuto dei problemi. Sembra girasse droga tra gli incursori che molti ci invidiano. Marco aveva denunciato uno di questi. Lo stesso che - quando si dice il destino - si trovava, insieme ad altri, a bordo del blindato Lince quando Vincenzo Li Causi viene colpito alla nuca dal colpo sparato da un ribelle somalo mai identificato.

Sin da subito la Folgore - universalmente nota per il grande spirito di corpo che ne anima i componenti, per il senso di fratellanza e di patriottismo - si chiude in un silenzio pesante come quel macigno che ha sfondato il cranio di un commilitone. Un silenzio che dura ancora oggi. E se con grande fatica cominciano a emergere brandelli di verità, mentre un'inchiesta è aperta presso la procura di Livorno, lo si deve soltanto a un avvocato, Dino Latini, e a un criminologo, Federico Carbone.

Quest'ultimo, come consulente della famiglia, ha scoperchiato un vaso di Pandora di cui solo lo strato più esterno è stato esplorato.
Quelli della vicenda Mandolini sono gli anni delle stragi, dei tintinnar di sciabole, degli scandali. E della Falange armata. Sono in molti - magistrati, investigatori, giornalisti - a sostenere che i misteriosi telefonisti che a nome della Falange armata rivendicavano ogni tipo di azione violenta si annidassero nel Sismi, e più precisamente nella VII Divisione, quella cui dipendeva Gladio, quella cui apparteneva Vincenzo Li Causi e anche quell'incursore denunciato da Mandolini per droga.

Qualcuno sospetta che lo stesso Mandolini, pur non facendo parte della VII divisione, potesse essere vicino a quell’ambiente. Quale che sia la verità, Marco Mandolini e Vincenzo Li Causi condividevano molte cose. Forse anche qualche segreto. Forse si erano schierati dalla parte sbagliata. O giusta, dipende dai punti di vista. E non è difficile immaginare che Marco Mandolini volesse denunciare tutto quello che era venuto a sapere su alcuni dei suoi commilitoni. Gli hanno tappato la bocca, ma quel cadavere martoriato urla una verità che Federico Carbone ha intravisto tra le carte (molte recentemente desecretate), tra le testimonianze, tra le reticenze, persino tra i silenzi.

Una verità che ad ogni tassello diventa più inquietante. Come la notizia che gli apparati d'intelligence americani con base in Italia sapevano della morte di un incursore della Folgore 24 ore prima di quella che, ad oggi, viene considerata la data dell'uccisione. Quindi il 12 giugno. E non il 13.

A rivelarlo a Federico Carbone - che ha immediatamente informato la procura di Livorno - una fonte riservata. Un generale dell’esercito americano di stanza a Camp Darby e in attività già nel 1995. Un’ufficile molto vicino alla Cia. Una donna. Ma per quale motivo, a distanza di tanti anni, una donna vicina alla Cia decide di parlare con un consulente della famiglia?

"Una motivazione ideologica legata ai traffici di armi in Somalia - ci spiega Carbone - mi ha raccontato che i suoi due fratelli sono morti all'inizio degli anni novanta in Somalia, durante due operazioni militari. Si è identificata nel fratello di Marco Mandolini, nella sua tenacia nel ricercare un brandello di verità".

Tanto Mandolini quanti Li Causi hanno avuto parecchio a che fare con la Somalia. Uno c'è morto ammazzato. Che una 007 americana abbia deciso di aiutare la famiglia Mandolini, che da anni si batte contro i mulini a vento, è strano, ma - se le ragioni sono davvero queste - comprensibile. La stessa donna avrebbe anche riferito alcuni inquietanti dettagli sulla strage di Capaci, ma questa è un’altra storia.

Certo è che se davvero l’esercito americano e la Cia conoscevano la morte di Mandolini 24 ore prima, sono tante le domande che esigono una risposta. Intanto ne facciamo una noi: siamo sicuri che il delitto sia avvenuto su quella scogliera? L'agguato a Mandolini - un super soldato, addestratore di super soldati - dev'essere stato improvviso, estremamente violento. E dev'essere stato portato a termine da più persone, almeno due, almeno addestrate quanto lui.

Immaginiamo che Marco si sia difeso, che abbia combattuto fino all'ultimo respiro, ma è difficile immaginare che tutto questo sia avvenuto su quella scogliera. È vero, lì ci sono delle tracce di sangue che non appartengono a lui. A sostenerlo è il fratello, Francesco, che tuttavia è certo che Marco non sia stato ucciso lì. E allora dove è stato ucciso? Se le rivelazioni raccolte da Carbone sono vere, in un altro luogo. E la Cia lo è venuto a sapere. Chissà se ha saputo esattamente dove. E da chi. E perché.

Al momento del ritrovamento del cadavere, per esempio, qualcuno ha ispezionato i locali della caserma Vannucci? La stanza in cui dormiva Marco? Qualcuno ha verificato quali militari fossero presenti nella caserma in quel momento? Non vogliamo insinuare dubbi, ne alimentare inutili complottismi, ma in un caso di delitto tanto efferato nulla può essere lasciato al caso.

Il fratello, Francesco, ricorda che attorno al 2008 parlò con il procuratore Antonio Giaconi, oggi deceduto, il quale gli disse che nessuna collaborazione vi fu dall’interno della Vannucci. Quindi no, molte cose che potevano essere fatte, non lo sono state. A questo punto ci si aspetta un nuovo impulso all'inchiesta della procura di Livorno. Lo spunto è più che interessante e, se opportunamente verificato, potrebbe aprire una pista.

Un lavoro congiunto tra le parti interessate al disvelamento della verità e all'ottenimento della giustizia sarebbe in grado, oggi, di fare luce sul caso. Non è troppo tardi, anzi, i tempi non sono mai stati così maturi. E le persone che hanno qualcosa da perdere sono sempre meno.

font: Gianluca Zanella